Storie di esodi, fughe, lingue, guerre

Sulle colline di Manzano, in provincia di Udine, ordinatamente coltivate a vite, nella luce ancora vivida di un sorprendente pomeriggio autunnale, dopo l’ultima curva appare la medioevale possente Abbazia di Rosazzo, dove si svolgono le manifestazioni per il bicentenario della nascita di Caterina Percoto.

Una sala accoglie i documenti manoscritti dei racconti e la corrispondenza della scrittrice con esponenti della cultura del suo tempo: Pacifico Valussi, Pietro Zorutti, Erminia Fuà Fusinato, Niccolò Tommaseo, un giovane Giovanni Verga, mentre il salone di rappresentanza folto di pubblico ospita il convegno di studi Caterina Percoto: tra “impegno e vita” e “ingegno d’arte”.

Protagonista della letteratura in italiano e in friulano dell’Ottocento, non ancora abbastanza conosciuta fuori dal Friuli, Caterina Percoto pubblicò il suo primo lavoro nel 1839, divenne nota con i Racconti, editi da Le Monnier, fu esplicitamente favorevole al processo di unificazione nazionale, si mostrò capace di prendersi cura di persona dell’azienda agricola familiare, dopo l’Unità le fu assegnato l’incarico di ispettrice delle Scuole femminili.

Oggi si propone una nuova lettura che finalmente la inserisca nell’ambito della coeva letteratura ‘campagnola’ europea (Simone Casini), la sottragga al condizionamento di una interpretazione riduttiva del suo lavoro, né pietistico né ‘paternalistico’ nei confronti della gente dei campi di cui scrive (Gino Tellini), metta in luce la ricchezza della sua scrittura e il nitore delle sue descrizioni paesaggistiche (Adriana Chemello), sottolinei inoltre il valore antropologico dei suoi scritti (Giampaolo Gri).

Sempre in onore della scrittrice si è svolta qui anche la premiazione delle vincitrici del premio a lei intitolato e per questa edizione rivolto a sole donne autrici di novelle.

La giuria ha scelto un libro davvero interessante, quattro racconti dal titolo complessivo Fuganze, (neologismo tra ‘fuga’ e ‘profuganza’), di Maria Carminati, che vive a Tricesimo, a pochi chilometri da Udine, è stata docente di letteratura italiana e filosofia e si occupa di editoria e scrittura femminile, scrive anche poesia.

Una raccolta esile, appena 64 pagine, ma di una tale intensità che a tratti bisogna sollevare lo sguardo dal testo per lasciare che l’emozione non offuschi la consapevolezza dei complessi nodi storici e politici e umani.

Il tuo percorso professionale di docente e di dirigente scolastica ti ha portata a indagare in passato sugli esodi dai territori dell’Istria e Dalmazia. L’interesse per la letteratura delle donne ti ha messa in contatto con scrittrici come Marisa Madieri, Nelida Milani, Anna Maria Mori, testimoni degli eventi che nel secolo passato hanno aperto le ferite dell’esilio, dell’appartenenza incerta, della memoria divisa. Tu hai avuto il coraggio di riprendere la questione raccontando la Storia che sta dietro le tue storie senza retorica, senza residui di rancore, con accenti di convinta partecipazione. Qual è stato il tuo modo di procedere rispetto alle note vicende?

«Innanzitutto devo dire che prima del mio percorso professionale, che mi ha messo in contatto -in particolare negli anni Novanta- con i rifugiati provenienti dalla Jugoslavia durante il conflitto balcanico, per lo più ragazzi che venivano accolti nelle scuole italiane e loro familiari, avevo già conosciuto – a partire dagli anni Cinquanta- cosa significasse l’esodo dai territori dell’Istria e della Dalmazia, attraverso il contatto diretto con alcune persone, provenienti da quei luoghi, che erano entrate nella mia cerchia familiare, oppure che avevo incontrato a scuola, allora come compagni di classe. E dunque già dalla mia infanzia era presente il senso di precarietà, di nostalgia, di rimpianto che quelle persone si portavano dentro, anche senza parlarne. Avevo avvertito che appartenevano ad un mondo diverso dal mio, altro, sconosciuto e nello stesso  tempo pieno degli stessi affetti, degli stessi sentimenti che io potevo provare. Allora non conoscevo bene la Storia di quell’esodo, lo vivevo come un’esperienza nuova, una finestra su uno scenario misterioso e sconosciuto, ma al tempo stesso ne sentivo il fascino e l’interesse. Quando vent’anni fa arrivarono in Friuli i primi profughi, dalla Croazia, dalla Serbia e dalla Bosnia, mi parve di rivivere i dolori e le lacerazioni che avevo conosciuto nel passato e che avevo continuato a ricordare dentro di me: da qui nacque una profonda partecipazione a quelle vicende, alle storie di quella gente che ritrovavo ferita, logorata, privata della stessa dignità umana e anche rassegnata ad un destino di dolore e di sradicamento. E da qui nacque un desiderio di testimonianza intorno a queste vicende, attraverso il  loro racconto, coniugato ora con una diversa consapevolezza della Storia. Nell’ambito di una attività professionale legata alla ricerca storica, privilegiai un percorso d’indagine sulla letteratura femminile dell’esodo che coinvolgeva le scrittrici che hai ricordato, per evidenziarne la grande, innovativa potenza del loro sguardo su queste vicende, capace di superare le memorie divise, di abbandonare sterili rancori e di ripercorrere quel dramma con la consapevolezza della sua appartenenza alle grandi tragedie del Novecento in Europa: genocidi, esodi, esilii che hanno dolorosamente segnato il secolo passato».

I racconti sono ambientati inl Friuli, dal mare ai monti. Ma se entrambi sono riferimento geografico preciso, dettagliato, inconfondibile, il mare assume una valenza ulteriore di fisicità potente. Tutti i sensi concorrono a rendere l’Adriatico, nelle sue due sponde, un microcosmo ribollente di tensioni irrisolte.  Il territorio che descrivi sembra colto ‘in presa diretta’. Ci racconti l’esperienza che ne hai?

«Se è vero che il territorio in cui sono ambientati i racconti è il Friuli, non si deve dimenticare però che accanto ad ogni precisa indicazione geografica di luoghi friulani, che colloca la storia nel tempo della narrazione, ce n’è un’altra, che  indica il luogo di origine delle vicende narrate, creando quindi una sorta di polarità tra i luoghi di questo territorio e altri luoghi al di fuori di esso. Per me è impossibile pensare al Friuli come a una terra  chiusa in se stessa, una terra diversa e speciale, avulsa dal suo intorno europeo. Per il mio modo di vivere questa realtà, è come se ogni porzione di questo territorio recasse impressa nella sua radice più profonda le tracce di altri territori cui nei secoli è stato legato, di altri popoli che lo hanno attraversato, di altre civiltà che ne hanno determinato la sua complessa e peculiare stratificazione di culture e di lingue. E dunque il mio modo di indagare, di leggere e rappresentare questo territorio è, o meglio cerca di essere, attento ai dettagli, alle tracce più minimali e sfuggenti dei luoghi, attraverso le quali creare delle suggestioni, o rimandare a vicende più lontane. Mi piace definire questo aspetto una sorta di geografia letteraria –una caratteristica che nasce dalla mia passione per la geografia e per l’esplorazione dei luoghi- che mi dà la possibilità di raccontare, attraverso i luoghi, sia le storie individuali che la dimensione propriamente storica delle vicende collettive. È forse questo che dà alle descrizioni quel senso di ‘presa diretta’ che hai avvertito. Per quanto riguarda il mare, è vero che esso rappresenta per me una ‘valenza ulteriore di fisicità potente’ : forse per il fatto che, avendo praticato a lungo la vela in Adriatico e Mediterraneo, l’ho davvero imparato a conoscere nei suoi multiformi aspetti, a tu per tu con la sua potenza fisica, quale elemento naturale di smisurata energia e nello stesso tempo di infinità generosità. L’Adriatico poi, è stato sempre da me vissuto come un’unica sponda interiore, pure se consapevole di quante barriere artificiali e ideologiche siano state costruite intorno ad esso, intorno alla sua meravigliosa essenza marina che non è sempre stata di scontri, ma per grande parte anche di integrazione e di scambio».

I protagonisti dei tuoi racconti sono vittime di eventi più grandi di loro, dei quali subiscono le conseguenze. Non possono ribellarsi né contrastare la sorte. Però l’impressione che si riporta dalla lettura non è di ‘resa’. La violenza patita si fa denuncia. È così?

«Sono personaggi spesso toccati dal dolore o da una sorte avversa, ma non per questo li ho rappresentati come dei vinti, in quanto tutti riescono a dare un  proprio senso alla loro vita attraverso atti di libertà interiore. Esprimono la convinzione che non solo spesso è impossibile contrastare la sorte, ma che la violenza di atti collettivi insensati come la guerra produce  – sempre – lacerazioni che vanno oltre il suo tempo e investono le generazioni successive, condizionandone l’esistenza e imprimendo loro le tracce delle ferite subite dalle generazioni precedenti. Ogni racconto ha, più o meno sullo sfondo, l’immagine della guerra: da quella del 1915-18 , alla seconda guerra mondiale e al suo travagliato dopoguerra, alla guerra dell’ex Jugoslavia, ai sovvertimenti dell’est europeo post-comunista. Per affermare come questa tragedia sia ricorrente e come si ripercuota inevitabilmente sulle vite della piccola storia di ognuno, prolungando nel tempo gli esiti del dolore. In questa prospettiva, il Friuli Venezia Giulia in particolare –forse molto più di altre regioni italiane- ha pagato prezzi altissimi in termini di sofferenze collettive e personali».

Scegliere quale sfondo il Friuli ha permesso di chiarire bene alcune caratteristiche di quest’area posta all’incrocio di tre culture. Ti ha ugualmente consentito di sviluppare temi più generali?

«Come ho accennato prima, il Friuli Venezia Giulia non è un paradigma a sé, un’area per così dire conclusa, e raccontarlo significa inevitabilmente imbattersi in una complessità che deriva non solo dalla sua natura pluriculturale, come area di incrocio/attraversamento o di incontro/scontro di culture diverse, ma come un territorio che – anche per le sue contraddizioni – si connette ai temi più generali del presente. Mi sono chiesta quanto sia presente oggi nella coscienza di ognuno la consapevolezza delle dolorose vicende che hanno segnato lo sviluppo e la storia di queste terre, in quanto porta verso l’oriente e punta avanzata del territorio nazionale: dalle terribili invasioni subite, dalle dominazioni assolute, alle guerre costanti, fino ad una emigrazione per così dire planetaria (dal lago Baikal, all’Argentina, al Canada, all’Australia). E mi sono anche chiesta in quale misura tutti questi eventi avessero in qualche modo sviluppato, nel presente, una sensibilità attenta e più acuta di fronte ai drammi delle nuove profuganze, di fronte ai destini di quegli ‘ultimi della terra’  che, un tempo, anche noi siamo stati rispetto al resto del Paese. Mi sono chiesta se tale background avesse potuto sviluppare in questa regione una diversa capacità di accoglienza nei confronti delle nuove immigrazioni e delle disperate domande di sopravvivenza che ci vengono dalle parti più povere del mondo. In questa prospettiva, raccontare quello che siamo stati nel corso del Novecento mi è sembrato il modo migliore per denunciare certe indifferenze di oggi, certe negligenze nell’ascolto, nella comprensione e nell’accoglienza di altri che vivono nel presente il dolore dello sradicamento, della fuga dalla guerra o da condizioni di devastazione civile, morale e materiale. Il messaggio subliminale (se in qualche modo sono riuscita a  trasmetterlo) è quello della necessità, per questo territorio in primis ma anche per tutti, di interrogarsi sul senso della nostra esperienza e della nostra storia, per allargare più generosamente lo sguardo verso l’orizzonte dell’altro».

L’attenzione alla lingua, anzi alle lingue, mi è parsa una costante nei racconti. Da che cosa derivi questa sensibilità?

«Credo che ogni lingua, sia che si tratti di lingua nazionale o di lingua di una minoranza, sia ad un tempo il condensato e lo specchio della storia e della/e identità di un popolo,  non solo in termini di cultura ‘alta’ ma anche dal punto di vista della sua cultura materiale e della sua matrice antropologica. In questo senso la regione Friuli Venezia Giulia (che ha vissuto periodi davvero bui per quanto riguarda la libertà di espressione nelle diverse lingue-madri del territorio) rappresenta una condizione davvero unica e privilegiata a livello europeo, in quanto racchiude dentro di sé le radici delle tre grandi culture che hanno dato l’impronta all’Europa attuale: latina, germanica e slava, in un intreccio a volte inconsapevole agli stessi parlanti. Per me la lingua, al pari del paesaggio, rappresenta una testimonianza imprescindibile nella lettura e nella conoscenza di un territorio, nella possibilità di penetrarlo nella profondità delle sue stratificazioni e trasformazioni multiformi. Credo che il plurilinguismo –di qualsiasi matrice linguistica- rappresenti un valore culturale incommensurabile, in quanto porta con sé la capacità non solo di aprirsi a mondi diversi e di comprenderli, ma anche di acquisire una flessibilità della mente e del pensiero, strumenti indispensabili di comunicazione e di scambio nel segno dell’intelligenza e della pace».

 

Maria Carminati, Fuganze, Campanotto ed., Udine 2011 64 pagine 10 euro

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One Comment
  1. gianna

    Fa sempre piacere ritrovare un po’ di Friuli, e penso che Caterina Percoto sia una grande e cosmopolita scrittrice pienamente europea. L’ho letta, e mi sono fatta regalare TUTTI i racconti, contemporaneamente a Balzac; niente da invidiare agli affreschi del grande francese, nella “isolata” Caterina ma sappiamo che il Friuli non è isola, è crocevia di civiltà, come dice la tua intervistata friulana.
    Mandi frute
    Gianna

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