Il mestiere di custodire il treno

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 Cadenas è un piccolo gioiello nel panorama del film documentario italiano. Lo si capisce da subito, dalle prime immagini che scorrono sullo schermo. Con uno sguardo timido, quasi con pudore, Francesca Balbo racconta la vita delle guarda-barriere delle ferrovie sarde che vigilano gli accessi ai binari a ogni passaggio del treno, tirano le catene al suo arrivo e le tolgono quando passa. Un lavoro sottopagato, faticoso e svolto in condizioni difficili.

Le guarda-barriera sono donne, tutte donne. Capaci di attendere e di fare di questa attesa la loro vita. Tutto sembra ruotare intorno agli orari, all’ossessione per il tempo, ai ritmi scanditi dai passaggi. Non solo un lavoro, ma uno stile di vita, che le incatena e le imprigiona tra i binari, le rende invisibili. Sono donne, questi piccoli puntini gialli che si percepiscono appena dal treno in corsa. Sono le custodi del tempo.

Da quello spazio di mondo, che sta tra le catene che delimitano i binari, immerse nella natura selvaggia scandita dal ritmo dei passaggi del treno, le giornate passano lentamente, faticosamente. Intorno alla barriera le guardiane trovano il modo di ingannare l’attesa: raccolgono frutti dagli alberi, sgusciano mandorle, lavorano all’uncinetto, rassettano la guardiola, osservano il lavoro dei pastori o semplicemente aspettano.

Le immagini si alterano tra lo spazio angusto della barriera e il paesaggio incontaminato percorso dai treni; non una casa, non una città, ma campi, mandrie di pecore, rocce, muretti a secco che si scoprono attraverso il passo sostenuto delle locomotive, quasi sospeso nel tempo.

La Sardegna raccontata è quella dell’entroterra, lontana dall’immaginario del turista, fatta di campagne solitarie, notti buie, suoni inquietanti. È la Sardegna di David Herbert Lawrence, raccontata in La Sardegna e il mare, in un viaggio di quasi cento anni fa:

«Catene di colline simili alla brughiera, irrilevanti, che corrono via, forse verso un gruppetto di cime drammatiche a sud-ovest. Questo dà una sensazione di spazio che tanto manca in Italia. Incantevole spazio intorno a un individuo, e distanze da viaggiare, nulla di finito, niente di definitivo.

[…]Così andiamo avanti attraverso l’oro del pomeriggio, attraverso un ampio paesaggio di colline quasi celtico, il nostro trenino che serpeggia e sbuffa via agilmente. Solo che l’erica e la macchia, alte fino al petto, alte come un uomo, sono troppo grandi e brigantesche per una terra celtica. A volte appaiono le corna di neri bovini dall’aspetto selvatico. […]

È una strana ferrovia. Mi piacerebbe sapere chi l’ha costruita. Sfreccia su per le colline e giù per le valli e attorno a curve improvvise con la massima noncuranza, non come fanno le vere, grandi ferrovie, che avanzano grugnendo in profonde trincee e appestando l’aria nelle gallerie, ma corre su per una collina come un cagnetto affannato, e si guarda attorno, e parte in un’altra direzione scuotendoci dietro a lui, con grande indifferenza».

Tutto è misurato: l’attesa, il fare lento, la luce, il buio e anche le parole. Le giuste parole, quelle della noia, quelle della fatica e della disperazione. Le parole di chi ripete, ogni giorno, gesti che accompagnano lo scandire di una vita.

Intorno alla barriera le donne attendono nel silenzio il rumore che dalle rotaie si fa sempre più vicino, assordante per un momento, per poi perdersi e sparire dietro una curva. Lunghe attese colmate da un attimo di rumore e silenzi che rispondono a paesaggi sconfinati.

Il modo di tendere la mano verso le protagoniste senza avvicinarsi troppo è semplice ed essenziale. Lo stile ricorda lo sguardo di un’altra donna che del documentario, del cinema del reale, ha fatto la sua vita: Cecilia Mangini. La forza delle immagini, la cura per i suoni e la musica sono uno dei tratti distintivi della regista che è stata una delle protagoniste del cinema sperimentale italiano. I film di Mangini raccontando storie nascoste, piccoli tesori da preservare, memorie da custodire gelosamente. È così che Balbo diventa, anche lei, custode delle custodi, per restituirci la memoria di un mestiere che andrà scomparendo, un mestiere che ci racconta il nostro Paese, la nostra storia.

Lo stile è quello di chi osserva, con attenzione, senza però intervenire o chiedere conto. Non ci sono interviste nel film; le donne parlano di loro quando sentono di farlo e le parole si fondono ai suoni, in un clima rarefatto e surreale.

Questa regia, con la grazia di chi osserva da lontano ma è vicina con il cuore, testimonia del lavoro delle donne, spesso invisibile e dimenticato, testimonia di un tempo passato che rimane tra le simmetrie dei binari che corrono paralleli alle vite delle guarda-barriera. Ed è importante che questo lavoro di restituzione della memoria, di racconto del tempo e del lavoro, sia una donna a farlo. Un’altra donna che racconta di donne, che in loro si riconosce.

 

Cadenas regia: Francesca Balbo, distribuzione: La Sarraz Pictures, durata: 60′, anno: 2012, produzione: La Sarraz Pictures, sceneggiatura: Francesca Balbo fotografia: Francesca Balbo, Andrea Turri montaggio: Carlotta Cristiani, Bruno Oliviero musiche: Dario Miranda

Il sito del film

Il trailer

David Herbert Lawrence, Mare e Sardegna, Illisso, Nuoro 2004, 240 pagine 7 euro

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