Incontri inauditi tra passato e presente

Sono tante, tantissime. Clarisse umbre, suore spagnole trapiantate in Sardegna, rimatrici italiane e straniere. Perfino curatrici di antologie poetiche. Tra loro troviamo anche le attente interpreti di una tradizione che può ancora parlare al presente, specie se dirama enigmi che sfiorano nel profondo le radici del nostro essere. Insomma sono molte le Voci e figure di donne che tra passato e presente affollano le pagine del volume curato da Laura Fortini e Mauro Sarnelli, “personagge” di un arazzo che grazie ormai a un lungo e paziente lavorìo critico appare oggi sempre più ampio e sempre più luminoso. Non più di un’assenza quanto di una presenza si può legittimamente parlare, perché, sin dagli inizi di una storia remota, lettrici e scrittrici sono state le donne, capaci, innanzitutto, di istaurare un dialogo costante, personale e dinamico con il loro tempo e con la tradizione di cui fanno parte, pur nell’alterità che, informando costantemente le loro scritture, ne modifica profondamente le forme di rappresentazione e autorappresentazione.

Vivacissimi appaiono dunque i loro scriptoria, siano essi religiosi o profani, tutti collocati in quel «laboratorio italiano ed europeo che è stato il Rinascimento» e tutti luoghi affatto statici, bensì in grado di ospitare e inverare “incontri inauditi” ed essere al contempo nuclei generatori di traiettorie critiche che mentre decostruiscono in realtà gettano le basi per costruire qualcos’altro, preludendo positivamente al futuro.

“Incontri inauditi”: è ciò che accade all’interno degli scriptoria religiosi umbri e sassaresi tra ‘400 e ‘500, dove lettura e scrittura, «strumenti di perfezionamento spirituale e religioso», permettono di coniugare lo spirito umanistico del “ritorno alle fonti” con l’amorevole cura dello scrivere per sé e per le altre, in una concezione dello studio e dell’oggetto libro come «consolazione de tutte le sore presenti e future»: è un raccontare, questo, che ha tutto il sapore dell’incontro, sebbene proiettato nel passato, con le grandi madri – S. Chiara o Angela da Foligno – nella concezione delle leggende agiografiche come exemplum da seguire per illuminare spiritualmente le vite di tutte. E se declinato nella dimensione riflessiva attraverso il modulo dell’auto/bio/grafia, l’incontro delinea le dinamiche di un raccontarsi che segue i dettami di un altro exemplum – S. Teresa d’Avila – e diventa simbolo «di una ricerca molto intensa dell’autoscoperta del sé», possibilità espressiva di un «individuale motu proprio».

Ma a volte, e per strane sinergie amorose, “incontri inauditi” possono essere altresì quelli tra le scrittrici e la critica più avvertita. E se erano «scarsissimi gli studi dedicati alle scrittrici prima degli anni Settanta», come sostiene Laura Fortini in apertura, anche quei pochi vanno ora rivisti e ora rimessi in discussione. Felice è allora l’incontro di Valentina Prosperi con Lucrezia Marinella, autrice del poema epico Enrico o Bisanzio acquistato, che mentre decostruisce il topos critico circa il presunto barocchismo di cui fu tacciata la sua creatrice, ne restituisce al presente quella rappresentazione di sé che Marinella affidò amorosamente alla sua opera forse meno compresa, quella donna-sirena «orgogliosamente libera» e destinata a celebrare la gloria della sua città,   Venezia. E mentre Mauro Sarnelli si dedica ad un’altra veneziana seicentesca, Sara Copio Sullam, correggendo le accuse di non autorialità, Giuseppe Serpillo incontra in Inghilterra Aemilia Lanyer, donna e poeta dentro e fuori la tradizione, la quale morì anziana e relativamente famosa ma fu poi dimenticata dalla critica.

E “dentro e fuori la tradizione”, lungo le vie di queste sempre più ampie geografie letterarie, si collocano anche le rimatrici italiane del Rinascimento, che dopo una damnatio memoriae ormai espiata, diventano e sono oggi oggetto di discussione critica, sia nell’ambito degli studi di gender sia, con più fatica, presso la critica nostrana. Una situazione ormai «matura per una svolta» appare quella fotografata da Monica Farnetti, a partire dal posizionamento delle scrittrici rispetto il codice di riferimento – il petrarchismo – rispetto al quale, tra ubbidienza retorica e libertà espressiva, norma e scarto, appaiono talmente collocate sul secondo termine da richiedere un ripensamento delle tradizionali categorie interpretative. A cominciare dal presunto autobiografismo di tanta lirica cinquecentesca a firma di donne, che altro non è che risposta ad un’esigenza di verità, così potente, e vero, è in loro il senso e l’esperienza della vita e dell’amore da invadere, letteralmente, lo spazio della scrittura.

Lungo questo orizzonte si stagliano allora nitidissime, e finalmente l’una accanto all’altra, le figure di Gaspara Stampa, Veronica Franco o Tullia d’Aragona, e prima di loro quella di Maria Savorgnan, le cui Lettere d’amore a Pietro Bembo sono ora ripubblicate nella nuova edizione critica a cura della stessa Farnetti. Maria Santagnolesca di Crema, già vedova Savorgnan nel 1498, fu colei che coinvolse il letterato veneziano, il Grammatico per antonomasia, «in una passione ardente quando segreta», destinata a vita postuma se letta nel dialogo amoroso in forma epistolare nel quale questa potente e appassionata amante cinquecentesca affida all’intimità della carta un rapporto che allora doveva necessariamente mantenersi celato, dovendo ella, vedova e giusta un vincolo testamentario inviolabile, rimanere sposa fedele al marito defunto fino alla morte. Se allora la ricerca storiografica ha potuto illuminare la figura storica di questa misteriosa donna che nel secolo del classicismo ha sedotto l’arbitro della lingua letteraria italiana, la nuova edizione di Farnetti ha, in primis, il merito di illuminarne la fisionomia intellettuale, affrancando le lettere di Maria da quelle del suo più famoso amante, riunite insieme nella precedente edizione critica di Carlo Dionisotti.

Isolarne la figura rispetto al corrispondente significa innanzitutto analizzarne il corpus scrittorio nel suo valore intrinseco, sia rispetto al genere epistolare d’età umanistico-rinascimentale, sia rispetto la tradizione poetica coeva. Ne emerge con forza, infatti, non solo un fitto susseguirsi di lettere, frammenti d’amore, che va così ad aggiungersi alla fitta serie epistolografica a firma di donne, quanto la novità della Savorgnan rimatrice, raffinata conoscitrice di una tradizione poetica antica ed illustre che ella segue e fa propria. Il suo è infatti – e ritengo che questo sia uno degli elementi più interessanti messi in luce dalla nuova edizione e dall’introduzione che l’accompagna – un corpus epistolare intessuto di versi che, interagendo potentemente con la parte prosastica, ne delineano la raffinata quanto originale natura prosimetrica. Prosa e versi cooperano vicendevolmente a delineare un “libro” che racconta sì un altro iter esemplare, ma affatto orientato alla sublimazione dell’amore terreno, quanto invece profondamente radicato in esso, e testimone immortale di un’esperienza tutta mondana e tutta vissuta nella sua interezza.

Si tratta allora di un’altra voce che nel dialogo potente con l’uomo amato, risulta capace di intesserne un altro, e di segno genealogico, con quelle che a lei seguiranno nell’alto esercizio dello scrivere: Maria Savorgnan e poi le “petrarchiste” cinquecentesche, nella misura in cui anche lei, al pari delle poetesse che verranno dopo, consegna alla scrittura, e in modo inequivocabile, i «pezzi» di sé, testimoni di un nodo tale tra corpo e scrittura che la lingua stessa pare che tremi o addirittura balbetti, incapace di contenere l’impeto delle emozioni provocate da un inarrestabile Amore.

È la lingua di queste scrittrici a figurarne la presenza, in quelle inaudite «prove di realismo» che significano anche amore inesausto per la vita e per l’esistenza vissuta, e che in noi moderni, sostiene Farnetti, deve perciò declinarsi nel corrispondente prospettico di «un’amorosa attenzione», al fine di ampliare ulteriormente geografie e genealogie letterarie (Chemello-Ricaldone).

Amorevole cura che, si badi bene, già altre avevano espresso, a partire dalla settecentesca Luisa Bergalli fino a Marguerite Yourcenar, che appunto restituisce alla Pia dantesca la sua felicità e pienezza di vita. E con Yourcenar siamo ormai al Novecento, punto d’arrivo di un viaggio critico che tra passato e presente traccia le vie del futuro.

Laura Fortini e Massimo Sarnelli (a cura di), Voci e figure di donne. Forme della rappresentazione del sé tra passato e presente. Atti del convegno di studio Sassari 22-23 ottobre 2008, Pellegrini, Cosenza 2012, 285 pagine, 18 euro

Maria Savorgnan, «Se mai fui vostra». Lettere d’amore a Pietro Bembo, a cura di Monica Farnetti, Ferrara, Edisai, 2012, 136 pagine, 15 euro

Carlo Dionisotti Carteggio d’amore, Le Monnier, Firenze 1950

Adriana Chemello e Luisa Ricaldone Geografie e genealogie letterarie. Erudite, biografe, croniste, narratrici, épistolières, utopiste tra Settecento e Ottocento, Il Poligrafo, Padova 2000

Marguerite Yourcenar Dialogo nella palude in Tutto il teatro traduzione di Luca Coppola, Giancarlo Prati, Marina Spreafico, Bompiani Milano 1999 367 pagine 9,90 euro

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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