Riscrivere il sogno d'amore

Riscritture d’amore è un libro che si legge tutto d’un fiato. E per almeno due motivi. Innanzitutto la tensione intellettuale che caratterizza i saggi che lo compongono è il risultato di un’elaborazione comune di un gruppo di studiose che due anni fa si riunirono a Frascati per un seminario residenziale nell’ambito di una consuetudine consolidata della Sil (Società Italiana delle Letterate). È una tappa di un percorso di riflessione comune, che da tempo impegna gruppi di lettrici, critiche letterarie, giornaliste culturali, amanti della letteratura appartenenti a varie generazioni: la composizione varia ogni volta, ma presenta anche una notevole continuità, che permette lo sviluppo di un discorso condiviso che, ormai da dodici anni, si attua in un confronto seminariale diretto e si traduce poi in una pubblicazione, piccola o grande che sia. Il secondo motivo è che il libro non si limita a descrivere la pratica letteraria della “riscrittura” menzionata nel titolo, ma vi si confronta per interrogarsi sul suo impatto sul presente.

Di capitolo in capitolo le autrici si pongono e ci pongono una domanda, cercando di offrire non la risposta ma una risposta, non un bilancio ma l’invito a un bilancio. È difficile non lasciarsi coinvolgere da quest’invito a fare, anche personalmente, i nostri bilanci, data la grande sincerità con cui tutte e otto le autrici si mettono in gioco, senza nascondersi dietro la maschera dell’impersonalità critica, ma assumendosi il coraggio di dire Io, come ci hanno insegnato alcune nostre madri letterarie (come Virginia Woolf, Hilda Doolittle, Adrienne Rich). Il saggio introduttivo di Paola Bono prende le mosse da una celebre affermazione fatta da Adrienne Rich nel 1971, in un momento di fondazione del pensiero femminista, al Convegno annuale di un’istituzione canonica del mondo accademico statunitense come la Modern Language Association: «Re-visione – l’atto di guardarsi indietro, di vedere con occhi nuovi, entrare in un vecchio testo da una nuova direzione critica: per le donne è più di un capitolo della storia culturale. È un atto di sopravvivenza».

Il suo intervento ebbe un’enorme portata di politica culturale anche perché riassumeva uno sforzo che, per molti decenni, intellettuali, scrittrici, pensatrici avevano faticosamente elaborato e che proprio negli anni Settanta, per complessi motivi congiunturali, trovò un punto di svolta, sfociando inarrestabilmente nel femminismo. Oggi – il libro ci chiede – dopo quattro interi decenni di pratica femminista, di critica serrata del canone e di erosione di una tradizione oppressiva, non è forse arrivato il momento di fare un bilancio dell’opera di re-visione compiuta (e la parola bilancio ha il duplice significato di guardare indietro per valutare i passi fatti, ma anche al futuro per valutare il da farsi)? Anzi sono tre le domande che il libro propone: «La pratica di re-visione è ancora “un atto di sopravvivenza”? Può ancora avere, e come, un valore politico di sovversione e costruzione simbolica? Può entrare a far parte, diversamente, di una tradizione di donne, questa sì da voler passare a altre donne?»

Nel 1971 Rich doveva ancora lamentare una situazione non significativamente diversa da quella fotografata da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé, quando notava che neanche negli sconfinati cataloghi della Biblioteca Nazionale Britannica era documentata la produttività intellettuale delle donne, perché queste, anche quando avevano scritto e pensato, erano state dimenticate, cancellate, oscurate. Ma oggi, dopo questi quarant’anni di scavo e di amoroso restauro compiuto da filosofe, critiche, cultrici delle varie arti, ci troviamo ancora nella stessa situazione, costrette a ricercare faticosamente le tracce delle madri, riconoscendone la presenza con spericolate operazioni che Adriana Cavarero chiama addirittura dei “furti”? O siamo in una situazione diversa, che non ci impone più l’obbligo della re-visione come ribaltamento della tradizione esistente, non nostra, e ci permette anzi di trasmettere, finalmente, una tradizione in cui le donne hanno il diritto, la volontà, la capacità di essere se stesse, e non l’eco, il riflesso o, al limite, la negazione del maschile?

Questo, il libro ci invita a chiederci, delimitando il terreno dell’indagine, per concentrare la riflessione su un oggetto definito: sceglie di seguire il filo delle trasformazioni registrabili nella costruzione del discorso amoroso in vari campi della rappresentazione, dalla letteratura, al cinema, alle nuove forme della comunicazione popolare. Il discorso amoroso è ovviamente un campo importante, anzi centrale per osservare la rappresentazione dei rapporti di potere tra i sessi. Attraverso la rappresentazione del desiderio amoroso si consolidano o si mettono in discussione i ruoli di genere nella società. E, allo stesso tempo, l’oggettivo cambiamento di tali rapporti nella società non può non trovare un’eco (non un riflesso univoco, ovviamente, ma un’eco) nella rappresentazione fantastica del sogno d’amore. Bono ripercorre a grandi linee momenti salienti dell’elaborazione poetica, narrativa, drammatica e di pensiero di molte autrici che hanno riproposto il topos del sogno d’amore.

Lo fa seguendo un percorso (che definisce “passeggiate”) attraverso gli ultimi quattro decenni di produzione letteraria, e traendo forza dall’ispirazione teorica offerta da due grandi pensatrici che hanno notevolmente contribuito a produrre quella rottura, quella crisi, che è alla base di ogni rinnovamento: Carla Lonzi e Luce Irigaray. La prima, nel suo epocale Sputiamo su Hegel (1970), salutava l’irruzione, sulla scena del mondo, della donna come Soggetto Imprevisto, capace di rivoluzionare ogni rapporto, trasformandone la logica stessa. Il testo di Irigaray di cui si serve Bono è Speculum (1975) che compie un sistematico riposizionamento dell’ottica di genere dell’intero pensiero mitico e filosofico occidentale, a partire da quello greco e dalla famosa metafora platonica della caverna. Nel penultimo capitolo Diana Sartori preferisce riferirsi al più tardo Etica della differenza sessuale (1985), dove Irigaray dà come ormai acquisita la genealogia femminile, la relazione tra donne; e quindi come già avvenuto il compito preliminare della riscrittura della tradizione filosofica. I testi letterari attraverso i quali si svolgono le passeggiate di Bono sono snodi esteticamente molto godibili del processo di riscrittura di grandi testi canonici come il King Lear di Shakespeare rivisitato da Jane Smiley (A Thousand Acres, La casa delle tre sorelle) a partire dalla volontà di ricostruire le relazioni che intercorrono tra un padre e tre figlie in assenza della madre e con lo sfondo di ripetuti abusi sessuali che sono alla base dell’odio e della violenza delle figlie. Bellissime e spesso divertenti le poesie nelle quali poete come Anne Sexton e Olga Broumas riscrivono il topos del coronamento del sogno d’amore proposto dalle favole tradizionali; un sogno che coincide in pieno con il Sogno Americano da cui Sexton dichiara di essere stata dominata in gioventù; un sogno che ritorna continuamente in un refrain sardonico («quella storia lì») che commenta le banali situazioni senza luce che si susseguono in una poesia intitolata Cenerentola.

La riscrittura si tinge di colori tragici nel teatro di Sara Kane, le cui opere hanno ormai compiuto un itinerario di allontanamento dal processo di riscrittura del canone, ma non certo dalla necessità di interrogare il desiderio amoroso, coincidente comunque con la condizione del dolore, come dimostra Psicosi delle 4 e 48 («Tagliatemi la lingua/ strappatemi i capelli/ mozzatemi gli arti/ ma lasciatemi l’amore/ preferirei aver perduto le gambe/ che mi avessero strappato via i denti/ cavato gli occhi/ piuttosto che aver perduto l’amore»). La traiettoria di queste passeggiate si è gradualmente allontanata dalla rappresentazione del sogno d’amore coronato dal bacio del Principe, preludio all’immutabile felicità di coloro che vivranno eternamente felici e contente; e si conclude con l’immersione in Promethea, definito dall’autrice, Hélène Cixous, «un libro tutto al presente», agli antipodi, quindi, della fissità del vivere per sempre “felici e contenti”. I saggi successivi tracciano un percorso analogo, chiedendosi non solo “come nasce”, ma anche “Come cambia il sogno d’amore”, anche per effetto della revisione femminista e post-femminista. Se lo chiedono Anna Maria Crispino, Sara Poletto e Antonietta Buonauro, che, nella loro riflessione a tre voci, “C’era una svolta. La riscrittura delle favole”, si interrogano sulle forme della fiaba moderna e sui motivi che hanno determinato – se hanno determinato – un cambiamento: servendosi di bussole teoriche fornite da Lea Melandri, Linda Williams, Teresa De Lauretis, registrano la ricca ambiguità offerta dalle nuove favole (Crispino), la potenza politica del linguaggio fiabesco, non meno sessuato di quello politico (Poletto), le dinamiche della sovversione dei ruoli di genere anche nelle narrazioni prodotte (come la saga di Shrek) dall’industria culturale (Buonauro).

Ne seguono gli sviluppi in un campo in cui il potere è suddiviso in modo asimmetrico tra registi e registe, sceneggiatori e sceneggiatrici, fotografi e fotografe, e che, pure, non può sottrarsi a un’evoluzione destabilizzante delle tradizionali rappresentazioni di genere (non a caso Pina Mandolfo, che firma il saggio su “Amori al cinema”, è autrice del soggetto e co-sceneggiatrice del poeticissimo Viola di Mare). Osservano gli spostamenti del gusto e degli orizzonti di attesa del desiderio e del sentimento in un genere di grande successo qual è (anche tra le adolescenti italiane) il neo-gotico analizzato da Giuliana Misserville nel suo “Amori infernali”.

Più di un interrogativo ci rilancia Diana Sartori che analizza le riscritture di e in Histoire d’O, le riletture suscitate da quel testo sommamente perturbante, e la propria personale fascinazione e quasi compulsione a rileggerlo. Nel suo saggio (“È sempre una doppia storia”) presenta l’alone di antefatti, “ritorni al castello” e saggi critici firmati dall’autrice con vari pseudonimi, di scandali letterari e di costume che intrecciano le vicende della protagonista e quelle dell’autrice, di interpretazioni divaricate firmate da nomi illustri. Da filosofa e lettrice appassionata, Sartori ne discute la stratificazione complessa, perlustrando a livelli sempre più nascosti i doppi fondi richiamati nel titolo del saggio, inseguendo una verità elusiva, già intuibile nella struttura a doppia cornice di una storia di “felicità nella schiavitù” scritta da una narratrice – insiste la prefazione attribuita a una mano maschile – per compiacere proprio l’autore della prefazione e mantenerne l’amore. Ne esce un labirinto di interpretazioni che vanno dall’esorcizzazione di fantasie masochiste del tipo definito da Freud «ciò che vuole una donna», alla demistificazione di «quella storia lì» attraverso l’esibizione della realtà di assoggettamento e schiavitù implicita nel sogno d’amore romantico, fino all’individuazione del legame con la prima differenziazione dalla madre, una vicenda che proietta il suo fantasma su tutti i futuri rapporti erotici in modo diverso non solo per uomini e donne, ma anche da persona a persona (come ci ha insegnato Jessica Benjamin). La risposta offerta da Monica Luongo nel finale aperto (“Domande, cambiamenti, analogie. Quasi una postfazione”) è anche la riapertura degli interrogativi iniziali, su cui siamo chiamate a riflettere, considerando i modi in cui le reali storie d’amore si disegnano oggi, tra donne e uomini, ma anche tra uomini e uomini e tra donne e donne.

AAVV Riscritture d’amore a cura di Paola Bono, Roma, Iacobelli 2011 189 pagine, 13,90 euro

www.iacobellieditore.it

Adrienne Rich Quando noi morti ci destiamo: la scrittura come re-visione (1971) in Segreti, silenzi, bugie La Tartaruga

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. E altri scritti, Et al., Mlano 2010, 127 pagine 10 euro

Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli 2010, 343 pagine 11 euro

Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985

Jane Smiley, La casa delle tre sorelle, Frassinelli, Firenze 1998

Pauline Reage, Histoire d’O, traduzione di A. D’Anna, Bompiani Milano 2013, 236 pagine 12 euro

 

 

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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