Elsje, la ragazza assassina

Elsje Christiaens, per noi, o almeno per chi ama la pittura di Rembrandt van Rijn, è una ragazza in croce: i disegni che il pittore realizzò dopo la sua esecuzione la mostrano impietosamente legata a un palo, sospesa, la testa infossata sul collo, con l’arma del suo delitto, un’accetta, che le dondola accanto e un braccio che pende inerme. Elsje era un’assassina: a 18 anni, appena arrivata ad Amsterdam dalla Danimarca, aveva ucciso la padrona della locanda presso cui alloggiava, che chiedeva di essere pagata. Era il 1664: Rembrandt aveva allora 57 anni e aveva già sepolto due amatissime mogli e tre figli.

La vicenda viene ora raccontata, in forma romanzata, da Margriet de Moor, in un continuo ed efficace via vai di flash back. Il pittore e la ragazza è la terza opera tradotta in italiano dell’olandese Margriet de Moor dalla casa editrice Neri Pozza. La prima, abbastanza inspiegabilmente, si intitolava Sonata a Kreutzer, proprio come il romanzo di Lev Tolstoj. E a esso, in parte, si inspirava.

Qui la scrittrice, considerata tra le maggiori olandesi di oggi, parte soltanto da due disegni molto celebri e da un fatto di cronaca, inserendosi comunque nel filone del romanzo storico-artistico che ha avuto ne La ragazza con l’orecchino di perla, di Tracy Chevalier, del 1999, il suo più celebre best-seller (anche grazie all’omonimo film di Peter Webber, del 2003).

Il romanzo di Margriet de Moor è piacevole e a volte anche lirico, la costruzione è interessante (è molto frammentata ma alla fine il puzzle si ricompone bene), ma qualcosa non torna. Prima di tutti alcuni singolari anacronismi: a pagina 20 si dice che il figlio di Rembrandt indossa un cappotto, indumento, almeno nella sua forma attuale, inventato nell’Ottocento. Anche la redingote risale al Settecento. A pagina 130 si parla di una carabina: fu inventata soltanto a fine Seicento e nel romanzo siamo ancora a metà secolo. A pagina 226, Rembrandt e la prima moglie sorseggiano un bitter all’arancia durante una passeggiata sui pattini, ma se l’autrice si riferisce, in generale, a un liquore d’erbe (che senz’altro esisteva), l’uso del termine è quanto meno insolito. Certo, resta sempre il dubbio che l’errore sia di traduzione, anche se, in passato, su altri romanzi storici di questo genere abbiamo trovato curiosi anacronismi.

Al tempo stesso, alcuni riferimenti all’attualità fatti dalla scrittrice sono piuttosto noiosi e inutili alla storia.

In sintesi: il romanzo è tutt’altro che privo di difetti. Eppure ha non solo il pregio della piacevolezza. Ma anche quello, a mio parere fondamentale, di restituire vita e quindi dignità a una ragazza che, per la critica d’arte, è solo il soggetto di uno straordinario disegno. Sono persuasa che tutti i ritratti esposti nei musei, laddove sia possibile, dovrebbero essere accompagnati dalla storia della persona raffigurata. L’arte non naviga mai nell’iperspazio e sapere in che rapporto fosse il pittore con il suo soggetto è fondamentale. Sembra una banalità, ma didascalie del genere sono rarissime. In più, restituire un volto e una storia all’anonimo soggetto di un quadro offre uno strumento formidabile per il processo di “reinserimento” delle donne nella storia. E per la divulgazione di una storia che non sia un noioso elenco di capi di Stato e di battaglie, ma un racconto della vita reale. Margriet de Moor dà la sua versione letteraria del perché una ragazza qualsiasi decise di uccidere una locandiera. Per quanto di fantasia, la ricostruzione è credibile e ben condotta. E improvvisamente, anche un momento qualsiasi della vita di Amsterdam nel Seicento, della sua lotta alla peste e del suo modo di amministrare la giustizia, diventa incredibilmente attuale. E i suoi abitanti nostri contemporanei. In fondo è questo che la letteratura deve fare.

Margriet de Moor, Il pittore e la ragazza, traduzione di C. Cozzi, Neri Pozza Vicenza 2012, 16,50 euro,  238 pagine

Tracy Chevalier, La ragazza con l’orecchino di perla

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