I segreti di una madre senza memoria

Oggi ho buttato via il mio vestito da sposa. Prima però ho dovuto farlo a pezzi, c’era troppa stoffa. Cercavo di ammucchiare tutta quella seta pesante ma non ci riuscivo a farla entrare nel sacco della spazzatura. Allora ho fatto tante strisce, le ho arrotolate per bene e le ho infilate nel sacco nero, quello grande. Sembravano tanti serpenti bianchi lucenti. (…) Mi chiamo Bianca, caso mai lo dimenticassi.

Ecco, alla prima pagina, entriamo nel cuore e nella mente della protagonista del nuovo romanzo di Maristella Lippolis, Una furtiva lacrima. Con la capacità che ha Lippolis di raccontare mondi e anime femminili con una sapienza certosina. Quando la leggo, mi viene in mente quella sua abilità di cuoca e pasticcera, la pazienza che ci vuole per fare a mano, pezzo per pezzo, i suoi ravioli liguri;  che ce ne vuole per prepararli, ma quando li mangi scivolano lievi contro il palato. E così la sua scrittura, liscia, in apparenza quasi facile: ma invece te ne resta a lungo il sapore in bocca. Come per i ravioli, perché dietro c’è tanto lavoro.

Il terzo romanzo di Maristella Lippolis rivela con particolare profondità la tessitura variegata e multipla delle sue personagge e delle sue trame: la capacità di mettere a fuoco fino in fondo la storia personale di una donna; e attraverso questa aprire il grandangolo del mondo in cui vive. Ne Il tempo dell’isola era la Iugoslavia alla vigilia del conflitto devastante; in Adele né bella né brutta una cittadina di provincia, qui la sua città natale: Ventimiglia. E più si approssima l’autobiografia al suo raccontare, più Lippolis si fa attenta, cauta, non vuole sbavare, perdendo magari – per la pressione delle emozioni – il cesello della parola.

Ne Una furtiva lacrima, protagonista è la memoria, quella che, come scrive Alfonso Gatto in uno dei due esergo posti in cima al libro, «non è quello che voglio ricordare, ma quello che non riesco a dimenticare» (l’altro esergo è di Karen Blixen: “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi”). E protagonista è la scrittura, che permette a Bianca di radicarsi nel presente, benché un vento di tempesta la risospinga continuamente a rammemorare per frammenti il passato. Il suo diario, l’ultimo di tanti suoi segreti.

C’è in questo romanzo un mondo di donne, come sempre nelle trame di Maristella Lippolis: Bianca, la figlia Irene, la badante cattiva (e quella buona). E il primo personaggio maschile totalmente positivo che appaia nei suoi scritti: Ernesto, forse addomesticato dall’età a una relazione bella e matura con la protagonista, con le donne (diversamente da ciò che accadeva in Adele né bella né brutta, e men che mai nei racconti con cui Lippolis ha esordito, La storia di un’altra).

Condito di leggerezza e di ironia, Una furtiva lacrima nasconde e rivela – come fa la memoria ondivaga della protagonista ottantenne – il nucleo oscuro della vita, del passato di Bianca; quello che ha rimosso e che forse, nella rimozione, ha trascinato con sé altri ricordi, altri brandelli di esistenza. Quello che Bianca ha bisogno di recuperare per tornare a vivere e non lasciarsi morire nel labirinto dei sensi di colpa e del rammarico.

Maristella Lippolis, Una furtiva lacrima, Piemme, Milano 2013, 279 pagine, 17 euro

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