Tirare su muri

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Le tensioni del mondo globalizzato sembrano concentrarsi nei “nuovi muri” che segnano il mondo, da Israele all’Arabia Saudita cha ha ultimato la struttura sul confine con lo Yemen. Brown, riprendendo Sassen, parla di un mondo postvestfaliano, in quanto dalla pace di Westfalia del 1648 in cui gli Stati-nazione erano sovrani, si assiste ad un loro indebolimento a causa dei flussi globali del capitale e del crescente potere di istituzioni economiche e politiche transnazionali. Questi muri – che dividono le parti più ricche del globo da quelle più povere – sono “segni iconografici di un potere statuale problematico”, icone dell’erosione della sovranità, di cui tuttavia, attraverso una performance teatrale, mettono in scena l’aspetto teologico. Mi chiedo se questa spettacolarizzazione non serva piuttosto ad opacizzare il fatto che gli Stati-nazione accettino di diventare lo snodo locale del capitale internazionale.

I nuovi muri comunque devono arginare movimenti di persone attirate spesso dalla domanda  di manodopera, oppure di droga, armi, e altre merci di contrabbando, codificando i conflitti cui rispondono, rendendoli permanenti e insuperabili. Il Muro israeliano risponde con la sua “ingombrante presenza” sia all’espansione degli insediamenti dei coloni nei territori occupati, sia alle minacce rappresentate dalle sollevazioni palestinesi. Ma Israele per risolvere la carenza di  manodopera palestinese in seguito al Muro ed ai numerosi controlli, ha dovuto importare operai del Sud-Est asiatico e dell’Europa orientale. Come altri muri, intensifica le ostilità e sollecita l’impiego di nuove forme di aggressione contro ciò che dovrebbe proteggere. L’altrettanto imponente e costoso complesso che divide gli Stati Uniti dal Messico – che risponde alle ansie diffuse per gli effetti che un Sud globale impoverito può avere sull’economia – finisce per incrementare la migrazione senza ritorno, rendendo più sofisticata e lucrosa l’economia del contrabbando. La messa in scena di una sovranità apparentemente forte serve anche a veicolare  nella cittadinanza un senso di appartenenza nazionale xenofobo.

Quel che resta della sovranità statuale prima strutturata teologicamente quale potere politico supremo e imperscrittibile, ora diventa comunque per Brown «teologico in modo palese e aggressivo». Mentre a livello locale i sussulti della sovranità politica «si ammantano di retoriche divine formulando richieste di fedeltà e asserzioni di una protezione paterna a fronte di una sospensione del diritto, il capitale si delinea alla stregua di una sovranità globale emergente»: diventa «simile a Dio, onnipotente, illimitato e incontrollabile».

Come insegna la storia delle “Jersey barriers” a New York – blocchi di cemento contro le autobombe di eventuali attentatori suicidi, a protezione degli uffici federali e della Casa Bianca dopo l’11 settembre –  i discorsi dello Stato sulla paura e sul pericolo, interpellano, costruiscono e rispecchiano le fantasie della popolazione. Nel Primo Mondo «la costruzione della figura dell’estraneo ostile» è prodotta dagli effetti della globalizzazione sulla politica, sulla sicurezza, sull’economia, incrinando l’io e il noi psichico e sociale proprio della nazione, rimuovendo così come la cultura e l’identità siano mutevoli, perché vivono nella storia e si alimentano di nuovi elementi. Ma se le difese psichiche sono tentativi di mettere al riparo il soggetto dal disagio che gli deriva da insostenibili cause interne ed esterne, si può pensare, sottolinea Brown analizzando il pensiero di Anna e Sigmund Freud, che i nuovi muri di Stato riparino l’Io da qualunque incontro disturbante.

Se dunque emerge sempre più come l’erezione di nuove barricate negli ultimi decenni  faccia parte di una strategia di disciplinamento sociale (Petti) per dividere, separare, fermare  nelle odierne “democrazie murate”, dove già altre frontiere di carta, di parole, di stoffa e di pelle marcano l’esclusione sociale (de Robert), come reagire? In questo libro l’autrice non sembra tentare una risposta. Ma a mio parere bisogna appellarsi a quelle consapevolezze critiche capaci, in varie forme, di “mobilitare” la Storia anziché sottomettersi ad essa (Brown 2012), prendendo  coscienza degli effetti dello sfruttamento provocati dalla «dominazione oppressiva del capitale». Mi viene in mente come figur/Azione della libertà da confini murati, la performance dell’artista venezuelano Xavier Tellez, video presente alla “Dublin Contenporary” del 2011, una mostra intitolata E se le cose fossero diverse?: Tellez fa marciare i pazienti di un ospedale psichiatrico messicano (gli esclusi in assoluto) verso il confine con gli Stati Uniti per accompagnare l’uomo cannone che, in un volo fisico e metaforico, a nome di tutti loro, viene lanciato oltre ogni fortificazione di esclusione che  svuota la promessa di un mondo umano, globalmente connesso».

Wendy Brown, Stati murati, sovranità in declino, edizione italiana a cura di Federica Giardini, traduzione di S.Liberatore, Laterza Bari 2013 169 pagine, ill., 16,00 euro

Wendy Brown, La politica fuori dalla storia, prefazione e cura di Paola Rudan, traduzione di Amanda Minervini, Laterza Bari 2012, 197 pagine, 19 euro

Alessandro Petti, Arcipelaghi e enclave, Bruno Mondadori Milano 2007, 197 pagine 18 euro

Daniela de Robert, Frontiere nascoste, Bollati Boringhieri Torino 2009, 140 pagine, 15 euro

Saskia Sassen, Territorio, autorità, diritti, traduzione di Bruno Mondadori Milano 2008, 608 pagine, 42 euro

 

 

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