Cinema/ Donne che viaggiano nello spazio

Ryan è un’astronauta, o meglio un’ingegnera spaziale. Il regista Alfonso Cuaron sceglie Sandra Bullock come protagonista del suo ultimo film, Gravity, un’avventura claustrofobica ambientata nello spazio profondo. In seguito a una pioggia di meteoriti che danneggia la sua stazione spaziale la dottoressa Ryan dovrà affrontare mille difficoltà per ritornare sulla terra. Non è un caso certo che Ryan, nome assai strano per una donna (“i miei volevano un maschio”), rimanga da sola dispersa nello spazio. La sua avventura è inevitabilmente legata alla storia della sua vita. Ryan è una madre, o meglio era una madre. Sua figlia è scomparsa in un banale incidente a scuola, quando aveva quattro anni. Per questo motivo si trova lassù, è per questo si può permettere di rischiare la vita, attaccata con un filo alla navicella spaziale che la dovrebbe riportare sulla terra. Non ha nessuno dal quale tornare, nessuno che pregherà per lei quando sarà la sua ora, nessuno per cui valga la pena di lottare e non lasciarsi andare alla morte. È una donna e Cuaron sceglie di dipingerla con i toni caldi del melodramma; le vicende personali che la riguardano, la sua storia di dolore, segnano inevitabilmente tutto il racconto.

Nel film fa la comparsa anche un personaggio maschile, il comandante della missione, Kovalski (interpretato da George Clooney). Per un attimo si ha come l’impressione che il co-protagonista  si voglia ritagliare un ruolo da protagonista assoluto: è più simpatico, più bello, molto più esperto; consigliando a Ryan le manovre da fare per salvarsi la vita, sceglie di sacrificarsi per lei e andare alla deriva nello spazio. Ma come può la storia che non conosciamo del comandante Kovalski valere più di quella della povera dottoressa Ryan, madre distrutta dalla perdita della piccola figlia? La perdita è il cosmo, spazio infinito e oscuro dove Ryan è immersa e si muove, con violenti strappi e balzi disuguali, alla ricerca di una risposta. Il regista sembra voler legare indissolubilmente lo spazio del ventre materno allo spazio profondo: l’immagine simbolo è quella di Ryan che, spogliata la tuta spaziale, seminuda, finalmente all’interno della stazione, galleggia nell’abitacolo in assenza di gravità in posizione fetale con un cordone bianco che fluttua sullo sfondo e richiama il cordone ombelicale. I rumori sono ovattati, come filtrati dall’acqua (liquido amniotico), i movimenti lenti e imprecisi, e anche la musica che sentiamo dalla stazione ricorda un’esperienza di ascolto prenatale. Cuaron sembra quindi suggerire una forte connessione tra il corpo femminile e lo spazio, evocando soprattutto il materno.

Lo spazio è quindi un luogo femminile? Nel cinema sono poche le presenze femminili che lo abitano. Certo non possiamo dimenticare la personaggia Ripley (Sigourney Weaver), protagonista della tetralogia di Alien, alla quale rimanda la stessa Ryan. Ma sono davvero rare le protagoniste nei film di fantascienza – ispirati a fatti reali o immaginari – che hanno a tema il viaggiare nello spazio.  La finzione cinematografica rispecchia perfettamente la situazione reale. La prima donna in orbita, cinquanta anni or sono, Valentina Tereshkova, trascorre circa 70 ore nello spazio. Come la cagnetta Laika e Yuri Gagarin prima di lei, anche Tereshkova fa parte della sfida dell’Unione Sovietica agli Stati Uniti. Quindi la sua presenza, la sua storia, manipolata e costruita dalla propaganda sovietica, è simbolicamente importante, ma strumentalizzata.

Lo spazio non è per tutti, ma soprattutto non è per tutte. Lo racconta, a partire da sé, Silvia Casalino, ingegnera spaziale e regista di No gravity, documentario che ha partecipato a festival in tutto il mondo. Silvia ha un desiderio: viaggiare nello spazio. Sin da bambina, sognando il suo futuro, si è immaginata avvolta dalla tuta spaziale. L’idea del film nasce a partire dai suoi desideri e dalla loro negazione, in seguito alla partecipazione al concorso di reclutamento per astronauti, da parte dell’Agenzia Spaziale Europea, conclusasi per lei con una lettera di congedo. La regista prende atto della solitudine che prova in un ambiente, quello dell’ingegneria spaziale, in cui gli uomini sono in maggioranza, e del suo desiderio di “ristrutturare” (1) questa sensazione. È la necessità di condividere (e curare attraverso il riconoscimento e la condivisione) che la spinge a incontrare altre donne che come lei “gravitano” attorno a questo mondo.

Casalino costruisce una narrazione che indaga non solo la motivazione di un’assenza, ma anche le modalità di resistenza delle donne, scienziate, filosofe, studiose che con il loro lavoro e la loro esperienza testimoniano la presenza ingombrante della cultura maschile, anche in questo ambito. Il documentario racconta «un incredibile viaggio attraverso realtà possibili di integrazione, strategie di sopravvivenza e contrattacco», che si intreccia alla storia del suo desiderio. Silvia incontra sette donne, ognuna delle quali attraverso la propria storia personale si misura con la conquista dello spazio e il ruolo delle donne; a tutte le storie sottende e fa da guida un pensiero filosofico preciso, quello di Donna Haraway e del suo Cyborg Manifesto. Spiega Casalino: «Il cyborg è una metafora per descrivere l’invasione della donna nel campo scientifico e tecnologico. Le astronaute entrano in una zona non riservata a loro e disegnata contro il loro corpo (le prime americane partirono con tute spaziali studiate per i maschi)»

In No gravity emerge subito la differenza: il fare delle donne non è legato, come quello maschile, a un processo militarizzato di conquista dei cieli. Nessun territorio da occupare, nessun cielo da dominare; le donne sanno restituirne una visione completamente differente. Nelle parole di Claudie Haigneré, prima astronauta europea nello spazio, Silvia concentra tutto il senso di questa differenza. Haigneré disegna la sua esperienza come una mappa delle “gioie extraterresti”: parla di assenza di gravità come una nuova libertà, ci restituisce il silenzio, il ritmo più lento della vita e l’entusiasmante prospettiva per il lavoro alla cooperazione scientifica come reale progetto multiculturale.

Casalino indaga la storia soffermandosi soprattutto sulle vicende che ruotano intorno alle missioni spaziali degli anni Sessanta, anni difficili in cui la presenza delle donne non era ben vista nel mondo scientifico. In quegli anni Gene Nora Jessen, pilota, racconta di aver partecipato ad alcuni test, gli stessi eseguiti sugli uomini della famosa Mercury 7, effettuati dal dottor Randolph Lovelace, che tendono a dimostrare la maggiore resistenza del corpo femminile nell’ambiente spaziale. Fu la Nasa a bloccare gli studi e a non proseguire i test.

Nelle trame di queste vite dedicate al proprio lavoro con passione e rinunce, e continui ostacoli da superare, si rintracciano le storie di molte altre. Le parole delle testimoni – Donna Haraway, Francoise Bories, Claudie Haigneré, Samantha Cristoforetti, Adila Kotovskaya, Gene Nora Jessen, Mae Carol Jamison – sono alternate alle immagini e video d’archivio che la regista ha rintracciato nella sua ricerca.

È attraverso questo sapiente intreccio di immagini e parole che queste donne sono connesse a distanza – di anni, di spazio, di esperienze. Il loro raccontarsi appartiene alla pratica femminista dell’autocoscienza che fa riconoscere una nelle parole dell’altra. Inclusa in questa ideale genealogia, attraverso il racconto di sé, la regista apre molti spunti di riflessione sulla questione di genere nello spazio, come ben vediamo non lontana da quella terrestre.

Intervista rilasciata da Silvia Casalino a Sentieri Selvaggi 

GRAVITY REGIA: Alfonso Cuarón 
SCENEGGIATURA: Alfonso Cuarón, Jonás Cuarón, Rodrigo Garcia
 ATTORI: 
George Clooney, Sandra Bullock 
FOTOGRAFIA: Emmanuel Lubezki 
MONTAGGIO: Alfonso Cuarón 
PRODUZIONE: Reality Media, Warner Bros. Pictures 
DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Italia
 PAESE: USA 2013
 DURATA: 90 Min  IL TRAILER

NO GRAVITY  REGIA: Silvia Casalino SCENEGGIATURA: Silvia Casalino FOTOGRAFIA : Siri Klug MONTAGGIO: Elfe Brandenburger MUSICA: Kelli RudickPRODUZIONE : Perfect Shot Films, 10 :15 ! Productions con Donna Haraway, Françoise Bories, Claudie Haigneré, Samantha Cristoforetti, Dr. Adilia Kotovskaya , Gene Nora Jessen, Mae Carol Jemison PAESE: France/Allemagne 2011 DURATA 1h02 documentario sito web

 

 

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One Comment
  1. silvia neo

    Che interessante! mi piace quando scoviamo altre storie oltre quelle, pur belle, che ci vengono proposte, è un arricchimento per tutte

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