Trieste Film Festival/ Venticinque anni di cinema dell'est

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Intervista ad Annamaria Percavassi, direttrice artistica, insieme a Fabrizio Grosoli, del Trieste Film Festival

 

Quest’anno il Trieste Film Festival compie 25 anni. Come si è trasformato nel tempo? Quando è nato come si presentava?

«Siamo nati, in realtà, ben oltre 25 anni fa. Eravamo un gruppo di persone amiche con diverse passioni, architetto, esperto d’arte, appassionati di cinema come me e mio fratello. Sentivamo ingessata e ferma la situazione culturale della città, ti parlo degli anni ’60 dell’altro secolo, eravamo giovani, con tante speranze di cambiamenti. Eravamo troppo piccoli per aver fatto la Resistenza e ormai troppo avanzati per poter sopportare quella borghesia stantia del tempo, quella della Società dei Concerti, del Teatro Lirico Verdi, tutte attività benemerite nella cultura di Trieste, ma forse avevamo bisogno di altro, sapevamo che c’era dell’altro nell’aria in giro per il mondo, che non arrivava a Trieste. Undergruound nell’arte contemporanea, movimenti, ma non arrivava. C’era solo un gruppo vivace in città, quello con Miela Reina, Enzo Cogno, Arte Viva si chiamava. Era il ’68, guarda caso, mio fratello è venuto una sera a cena da me, c’erano amici, e lancia l’idea di prendere in affitto una Cappella sconsacrata e libera per farne un centro d’arte contemporanea e di cinema. Così è nata la Cappella Underground, un gruppo di amici appassionati, abbiamo fatto una piccola associazione, senza finanziamenti, senza chiedere niente a nessuno. Mettendo ciascuno del proprio, quello che poteva, siamo partiti. C’erano degli scalini che si scendevano, quindi underground. Nella Cappella abbiamo portato di tutto: arte, mostre di avanguardia, facendo venire grandi artisti, e da subito abbiamo aperto una sezione cinematografica per portare l’underground a Trieste, cosa che è successa».

E subito lo sguardo si è diretto a Est, oltre che all’Occidente.

Sì, da subito. Era come se fosse un altro underground, anche quello non arrivava. Per la posizione di Trieste capitava spesso che venissero, in quegli anni, molti giovani dai Balcani, a comprarsi vestiti e jeans nei mercati della città, o il caffé che non avevano dall’altra parte. Anche molti registi venivano, era un confine penetrabilissimo. Ci raccontavano di fermenti di cui si sapeva poco, ci portavano le loro cose da vedere, e abbiamo avviato tutta una serie di rapporti con questi Paesi che stavano dall’altra parte dei confini e da cui ogni tanto, raramente, arrivavano dei segnali di nomi che erano comparsi, non si sa come, in qualche festival internazionale importante, come ad esempio un film di Miklós Jancsó o di Andrzej Wajda. Allora capivamo che c’era tutto un fermento creativo censurato dal mercato occidentale. Ed era un peccato, perchè erano opere straordinarie, come poi si è potuto vedere. Piano piano, con i nostri rapporti, abbiamo messo insieme diverse piccole rassegne di cinema polacco, ungherese, jugoslavo. Da questa esperienza è nata l’idea di fare una rassegna fissa annuale con questo cinema piuttosto misterioso ma vivace, perchè i giovani lì erano più scalpitanti che da noi. Così il progetto che abbiamo fatto è stato approvato da tutte queste realtà della Comunità Alpe Adria, che comprende diverse nazioni che ci circondano, e siamo partiti.

Passiamo ora alla contemporaneità. Quali sono le novità di questo Festival che festeggia i 25 anni di vita?

 «Abbiamo sempre cercato che il programma dell’annata riflettesse o fosse un testimone fedele, quasi un termomentro, della produzione contemporanea delle cinematografie dei Paesi, perchè le metamorfosi, lo sviluppo che il cinema ha avuto in questa parte d’Europa sono stati molto simili. Un periodo di disorientamento appena c’è stata la caduta del muro e dopo l’89, quando le cinematografie hanno traballato perché non sapevano come passare alla libertà di espressione da una cinematografia di stato, protetta, che non dava problemi agli artisti. Abbiamo cercato di monitorare come il cinema di quest’area stava cambiando, si stava modificando anche rispetto ai grandi periodi del passato, ai grandi maestri. Quindi il nostro Festival cerca di immettere nel programma le tendenze nuove, che stanno emergendo. Quest’anno è emerso che le cose che valeva la pena segnalare sono queste tendenze alla contaminazione evidente tra generi, alla commistione tra fiction e documento, tra il lungometraggio di fiction e il lungometraggio di documentario. Tendono a intaccarsi l’uno con l’altro e a trasformarsi in un’altra cosa, di cui questa edizione dà ampi riscontri. È una tendenza generale nelle diverse cinematografie, anche in Italia e in altri Paesi. Questo si vede in tanti panorami generali e noi più del solito li abbiamo trovati sul nostro cammino nelle selezioni, ed erano in genere le cose migliori, rispetto ai lungometraggi tradizionali».

Passiamo ora al discorso sulle registe, che mi interessa particolarmente. Ce ne sono moltissime nei corti, nei documentari, anche nei film di animazione, ma non nei lungometraggi. Come mai?

«Mentre negli anni passati ci sono stati molti film buoni di donne, quest’anno le donne emergono nettamente nella produzione non fiction, nel settore del documetario. Forse perchè c’è più pazienza, nelle donne, c’è più tenacia. Non è facile fare un documentario su un argomento che non sia una banalità, che significhi mostrare, dimostrare, denunciare i problemi della società, che forse la fiction sorvola o interpreta in racconti più liberi e fantasiosi. E poi ricordiamoci che proprio il settore dei documentari oggi è ricco di fermenti di innovazione. Le donne sono più concrete, capaci di andare al cuore delle cose».

Io li ho visti quasi tutti, e devo dire che mi sono piaciuti moltissimo. Mi ha colpito in modo particolare “Ballkoni” di Lendita Zequiraj, sulla situazione del Kosovo. Straordinario, è riuscito a dare la sensazione di claustrofobia e disgregazione generale di una società con un racconto breve, girato dentro il cortile di un condominio.

«È Fabrizio che seleziona i documentari. Ha molta sensibilità. Ci confrontiamo sempre e tutto quello che è in programma viene da una consensualità, da uno scambio. Siamo sempre stati d’accordo».

A proposito di Fabrizio Grosoli, mi ha colpito quando si è definito l’eccezione maschile di un Festival tutto organizzato e diretto da donne.

«È vero, tolto lui siamo tutte donne. Non è stata una scelta, questa, perchè all’inizio eravamo un gruppo misto. Non è stato facile radicarci, combattere contro tutte le difficoltà, ne abbiamo fatte di acrobazie per restare sulla breccia. Ci sono stati anni molto duri e anni molto felici, quando siamo riusciti a fare quello che volevamo e come lo volevamo, con grandi rassegne dedicate ai grandi maestri e importanti pubblicazioni. Ma erano costi, che spesso non potevamo sostenere. Di fronte a difficoltà di questo tipo i primi a cedere e ad andarsene sono stati gli uomini. Scelta loro, non avevano voglia di combattere o forse non credevano totalmente nella validità del progetto, e chi è rimasto sono state le donne del gruppo di lavoro. E quindi io sono molto contenta di dedurre che le donne hanno maggiore costanza, maggiore tenacia, maggiore solidità e concretezza per affrontare le difficoltà che si presentano. Si assumono maggiori responsabilità o rischiano di più, sanno rischiare e hanno fiducia in sé stesse, nelle cose che fanno. Io ho avuto la fortuna che si sia creato intorno a me, al nostro lavoro, un gruppo di giovani, di ragazze, di donne grandi, alcune sono attive dal primo anno del Festival, erano ragazzine. Adesso in molti ci invidiano questo gruppo di lavoro, sono capaci di fare di tutto. Quello che mi piace molto è che ognuna si è ricavata, all’interno dei lavori necessari per la conduzione di un festival, un suo angolo specifico, quello si coltiva, si responsabilizza in prima persona, come la presidente Cristina Sain, che è la stessa da vent’anni, ruolo non facile da sostenere, o Nicoletta Romeo, un mostro di bravura, eclettica programmatrice e presentarice, o chi si cura dei sottotitoli nelle diverse lingue, senza contare gli altri ruoli che denotano professionalità alte. Si sono affezionate al progetto e non invadono i campi di altre ma anzi collaborano in modo efficace. Credo che sia un gruppo invidiabile per solidità, solidarietà, e professionalità nata sul campo».

Un aspetto interessante del Festival è lo spazio e possibilità di lancio che fornite per i progetti dei giovani, veri e propri work in progress.

 «Fin dalla prima edizione uno dei nostri intendimenti era quello di dare una panoramica di tutti i settori della cinematografia attuale, non solo i film, i documentari, ma anche le scuole di cinema, i giovani, dove si formavano, le scuole di animazione. Questo è sempre stato presente. Teniamo conto che in quest’area ci sono le migliori scuole di cinema del mondo. Ora con i workshop con gli studenti, le lezioni con i più grandi maestri che noi offriamo ai giovani invitati, si concretizza un percorso che ha una sua storia. Questo è un obiettivo che coltiviamo e incrementiamo di anno in anno. Quest’anno, legandoci al Premio per la sceneggiatura Mattador, abbiamo potuto offrire un workshop di cinque giorni, con docenti stranieri di grande livello, in inglese, dove vengono un gruppo di giovani selezionati dalle scuole europee, ciascuno con un progetto di soggetto da sviluppare, imparano a sviluppare in sceneggiatura il loro progetto, si confrontano e possono anche trarre opportunità dall’incontro».

 

 

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