Il mio primo libro/ Se la carta scritta diventa immortale

SAVINA-DOLORES-MASSASono una donna venuta al mondo oltre mezzo secolo fa. Rabbrividisco solo a pensarlo. Fino al 1997 i miei soli gesti scritti si erano limitati ai temi scolastici, alle lettere d’amore, e ai diari adolescenziali. In compenso leggevo parecchio, infatti sono assai miope e astigmatica e presbite dagli ultimi anni. Non sono strabica, però certe volte il colore dei miei occhi rasenta il giallo: questo va detto ai fini della comprensione della mia scrittura.

Quando nel gennaio ’97 morì mio padre, mancava un quarto d’ora perché fossero le undici di notte. Non fu solo un dolore, fu uno schianto. Quando iniziai a perdonare la vera maleducazione della vita, quando iniziai a ritrovarmi passo e sorriso, lì divenni, ancora inconsapevolmente, scrittrice. Il volto, le smorfie, il carattere di babbo stavano penetrando in una foschia che mi atterrì. Dovevo salvarlo, tutto qui. Sapevo che la memoria non mi avrebbe sempre camminato accanto, ma la carta scritta poteva diventare immortale. Non mi sfiorò minimamente l’idea di pubblicare. Scrivevo “memorie” ogni giorno e ogni notte, ascoltando – ciascuno ha i propri deliri – Casta Diva. Capii anche che laddove i ricordi sbiadivano, sapevo inventare. Mi ritrovai un romanzo tra le mani senza capirlo tale. E poi poesie a centinaia. E ancora storie. Realizzai, impazzendo, che niente altro al mondo mi piaceva fare: raccontare. Intanto gli anni passavano. Lasciai lavoro, amici, fidanzati. Non avevo figli da accudire. Tutto in me mutò in maniera irreversibile. Se devo fare una dichiarazione idiota, qui la faccio: ero davvero felice solo nel gesto della creazione. Nel 2001 inviai due romanzi alla casa editrice Il Maestrale di Nuoro. Sapevo che davano una risposta in sei mesi. Attesi. Di mesi ne passarono alcuni in più. Nel frattempo non inviai a nessun altro, volevo per me solo Il Maestrale. Attesi gettandomi sul letto spesso, a piagnucolare il fallimento. Però scrivevo sempre, partecipando a concorsi poetici. Alcuni li vincevo. Arrivavo comunque finalista. Mi dicevo, Forse vali. Tuttora non saprei definire perfettamente il concetto di valere applicato alla mia persona, va beh.

Finché un bel giorno trovai una mail. Il mio PC si fece a stelle. Non mi avrebbero pubblicato, però – e questo era il motivo della ritardata risposta – non mi volevano perdere, semplicemente dovevo ancora crescere. Scrivi ancora, diceva la letterina. Non diceva, Prosegui a contare pecorelle quando non sai addormentarti.

Credo che in quel momento i miei capelli si fecero rasta soli soli. È vero, la sola scrittura mi indorava, ma la comprensione altrui di essa ancora di più: non faccio ipocrisia. Nel giugno 2006 iniziai a scrivere il romanzo Undici, dopo aver letto un articolo sul quotidiano La Repubblica. Il giornale narrava brevemente di undici giovani uomini neri ritrovati su una barchetta al largo dei Caraibi. Mummificati. Nessun nome, solo un’ennesima tragedia tra i mari. Quel divenire “quasi niente” su un articolo di cronaca mi offese. Cercai affannosamente dentro di me le loro voci, e giunsero. Fui undici vite, e memorie, e paure nell’oceano. Fui le loro morti. Credevo allora che mai sarei riuscita a rientrare in me stessa. Non mi sbagliavo. Ancora oggi io sono Sayoro, Baba, Bilal e tutti gli altri.

Inviai il nuovo manoscritto a Il Maestrale, contemporaneamente al Premio Calvino. Mentre l’editore valutava, Undici arrivò tra i finalisti al Premio. Il giorno della premiazione Torino sapeva di sperma in alcuni cespugli, non lo scorderò mai. Fui accolta festosamente dal Gruppo Lettori del Premio. Mi dissero d’aver scommesso su una mia lunga permanenza in Africa per poter scrivere Undici. Risposi, da piccola provinciale quale sono, Non mi sono mai mossa da casa.

Non vinsi il Calvino. Un Lettore desolato mi disse in confidenza, forse mentendo per consolarmi, La Giuria ha preferito favorire un giovane.

La sala delle premiazioni del Calvino ha lampadari a gocce immensi. Ricordo d’aver strizzato forte i miei occhi gialli affinché precipitassero sul tavolo dei Giurati. Invece restarono avvinghiati al soffitto. Fuori, quei particolari cespugli di Torino, sghignazzavano. Gli abbaini però erano bellissimi. Tornai comunque fiera di me nella mia isola, non ero sola: undici uomini mi baciavano le ossa.

Alcuni giorni dopo la casa editrice mi chiamò, Pubblicheremo Undici, ma non perché sei arrivata al Calvino. Lo pubblicheremo perché piace a noi.

Devo dirlo: dal telefono schizzò fuori un meraviglioso profumo di zagare. In quel momento mi sentii moglie, e figlia. Mio padre era tornato.

Quando il romanzo fu nelle librerie, ovviamente provai a nascondermi. Il giudizio mi atterriva. Quando si scrive si è soli, ed è rassicurante. L’esposizione della mia persona tramite pagine stampate mi imbarazzava peggio del mettermi in calze a rete accanto al fuoco di una strada.

L’unico luogo in cui potessi rifugiarmi per salvarmi, lo capii presto, fu me stessa. Così avvolta andai, di fronte a chi avrebbe imparato ad amarmi e a chi non ci sarebbe riuscito mai.

 

Savina Dolores Massa, è stata nella rosa dei finalisti al Premio Letterario Calvino 2007 con il romanzo Undici, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale (2008). Scrive poesie, racconti, romanzi, teatro, canzoni. Nel mese di settembre 2010 pubblica il romanzo Mia figlia follia (ed. Il Maestrale). Nel gennaio 2012 la silloge di racconti Ogni madre.

Cenere calda a mezzanotte (ed. Il Maestrale) è il suo ultimo romanzo.

È presente nell’antologia di racconti Piciocas – storie di ex bambine di un’isola che c’è (a cura di Francesco Abate) scritto da sei autrici sarde (Caracò editore), e nell’Antologia di racconti La cella di Gaudì – storie di galeotti e di scrittori (prefazione di Marcello Fois) – Arcadia editore.

Collabora con la rivista culturale L’EstroVerso.

Tra i fondatori della Compagnia Hanife Ana Teatro Jazz.

Cura il blog d’arte Ana la Balena

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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