Expo o non Expo? Se non avessi dovuto andare a Milano per una visita medica, non credo che mi sarei fatta le almeno quattro ore di treno che ci vogliono da Lucca solo per visitare la grande esposizione. Ma, una volta lì, perché no?, mi sono detta, vado. Proprio in uno di quei giorni di ottobre quando giornali e televisioni sciorinavano le ore necessarie per visitare i vari padiglioni. Che m’importa? Mi faccio un giro, tanto per capire. Scelto proprio la giornata ideale per questo vero colpo di testa per una che quasi non esce di casa: all’Expo ci saranno Mattarella e Ban Ki Moon. Lo scopro soltanto alla penultima fermata della metropolitana dalle parole che si scambia un gruppo proveniente da Lecce, uomini e donne molto eccitati dall’eventualità di poter vedere il presidente e “quello dell’Onu”, presenti a Expo per la giornata mondiale dell’alimentazione. Vabbè, ormai sono qui, buttiamoci.
Già appena scesa dalla metropolitana, quando mi infilo insieme ad altre centinaia di persone su una interminabile passerella che porta all’esposizione, sento che mi sta prendendo una sorte di euforia molto simile a quella che mi catturava quando, bambina, andavo con i miei fratelli alla Fiera campionaria di Milano con un solo obiettivo: raccattare il maggior numero possibile di depliant pubblicitari, di oggetti misteriosi capaci di tramutare una carota in una rosa o di pulire un vetro lurido in un secondo, di libretti di istruzioni d’uso per macchinari industriali, portare tutto a casa in sacchetti di plastica per poi, passati un paio di giorni, dopo aver litigato per chi si teneva la pubblicità del futuribile cinema in sensurround, della nuova Vespa o del modernissimo multifrullatore Girmi, buttare tutto nella pattumiera. Mi incammino sul Decumano. Fiumane di persone scorrono in su e in giù. L’euforia aumenta e mi sorprende. Ma allora non sono poi così asociale come da tempo penso di essere? Credo anche di avere un sorriso un po’ ebete stampato in faccia. Lancio sguardi di qua e di là. Ecco il padiglione del Giappone. Dicono sia molto bello. 180 minuti di attesa avvisa un cartello. Lasciamo perdere. Mi stupiscono le persone in coda, rilassate e tranquille. Ma siamo in Italia o improvvisamente in Svizzera?
Ecco là il Marocco, l’Azerbaigian, il Vietnam. Niente da fare, le code non sono da meno. Strano, l’euforia è sempre lì. Il sorriso pure. E finalmente capisco. Non sono dovuti alle costruzioni avveniristiche, non ai profumi di tutti i cibi possibili del mondo (ma non era L’Expo contro la fame e le povertà?), non alle musiche, alcune peraltro bellissime, come quella di un giovane gruppo etnico estone. Sono i bambini, decine di bambini, centinaia di bambini, dell’asilo, delle elementari, ragazzini delle medie, che mi riempiono improvvisamente e imprevedibilmente di speranza verso questa megamanifestazione sulla quale ero, e in buona parte rimango, molto scettica. File di bambini, immediatamente riconoscibili dai loro cappellini rossi, gialli, blu, si snodano come serpenti colorati in mezzo alla calca. Alcuni, i più piccoli, tenendosi per mano a una fune. E se l’allegria dei bambini è contagiosa, il coraggio delle loro insegnanti, e dico delle, al femminile, perché quasi esclusivamente donne, la loro energia, la loro passione è commovente.
Povere insegnanti, così bistrattate. Ma chi se la sentirebbe oggi di venire in questa bolgia con orde di bambini a rischio smarrimento tra profumi di hamburger di coccodrillo, patatine fritte olandesi, falafel israeliani se non chi è spinto da una grande passione? Le vedo improvvisamente come delle eroine dei nostri tempi, pompieri senza divisa, guardie forestali senza idranti, che corrono dietro alle loro schiere non per spegnere fuochi ma per accenderli: il fuoco della conoscenza, della passione, del guardare al di là dell’orizzonte delle proprie chiuse e spesso fatiscenti aule.
Decido di seguire un gruppetto. Si ferma vicino agli stand di slow food. Molti bambini hanno sete. “Non bevete”, dice una maestra accaldata, “non ho visto bagni”. “Signora”, le suggerisco, ”guardi che ce ne sono diversi là dietro.” Tutti al bagno. Poi dentro e fuori dai cluster, i piccoli stand dei paesi che non hanno soldi per un proprio lussuoso padiglione ma sono raggruppati in base ai prodotti che li caratterizza, come caffè, riso, cacao, cereali, spezie e altro. Entriamo senza far code in Zimbabwe, Congo, Mozambico, Haiti a conoscere i cereali (i pochi grani rimasti spesso scompaiono nelle tasche di più vivaci, ma tant’è), passiamo in Salvador e in Guatemala ad annusare il caffè, in Gabon a vedere il frutto del cacao. “Che grande!” il sorpreso commento generale. Un video manda immagini del paese, si vedono spiagge bellissime- “Altro che Maldive”, commenta una bambina, “devo dire alla mia mamma di portarmi lì”. Dubito che la mamma la porterà in Gabon, ma lei saprà che c’è, esiste. Prima di lasciare il gruppo dei bambini a cui mi sono silenziosamente aggregata, visita del Kyrgyzstan. Sala buia, su un grande schermo scorrono gli alti monti, i laghi, le cascate del paese dell’Asia centrale. “Che bello”, mormorano quasi all’unisono i bambini. “Io in Kistan ci voglio andare,” dice uno.
Così, alla fine, capisco che cosa è stato Expo. Una possibilità. Soprattutto per i piccoli, per i giovani. La possibilità di capire, di vedere che esistono altri mondi oltre a quello delle merendine e delle playstation, di instagram e degli spaghetti. Come il Kistan. Dove si può andare. O lo si può anche solo sognare.
PS: una nota di cronaca dell’ultimo momento. A Che tempo che fa di questa sera 8 novembre il commissario unico e amministratore delegato di Expo Giuseppe Sala ha dichiarato che la cosa che più lo ha colpito della manifestazione sono stati i bambini. Ne sono passati due milioni, ha dichiarato. Se calcoliamo in media una classe di 20 bambini, vuol dire centomila classi. Poniamo due insegnanti per classe vuol dire 200.000 insegnanti. Quelle, sì, della buona scuola.
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