Poesia/ La voce di Alda Merini

Intercettare, tra soffi anonimi di vento, una voce che emerge dal tempo, dalle ceneri e dai fuochi d’una primigenia nostalgia che tuttavia diviene presente e futuro, corpo-anima, spazio di libertà e di vita, è quanto misteriosamente accade al desiderio che muove la ricerca quando incontra l’oggetto/soggetto ricercato, sa riconoscerlo e viverlo.

Mi è accaduto, in un tempo che colloco in un indefinibile lontano, di cercare parole che dicono anima, sofferenza, dolore e al contempo gioia, felicità, senso e possibilità di andare oltre le parole, oltre il loro necessario elegiaco per intuirne bagliori capaci di scardinare gabbie e salire sopra i cieli.

Così ho incontrato Alda Merini. Ho riconosciuto la “voce”.

Ho incontrato i suoi versi ispirati e sorprendenti, folgoranti e rivelatori d’una vita sofferta fino allo spasimo, vissuta per lunghi anni negli interni desolati del manicomio dove la sera le urla dei dannati lambivano il cielo e dove la poeta concepiva parole che fuori dal manicomio avrebbero restituito in canto quel dolore acutissimo.

La prigionia, l’internamento nel “campo di concentramento”, paradossalmente, le avrebbero donato il volo poetico: uccello dal bianco ventre gentile, albatro volteggiante sui mari il cui viaggio verticale nessuno avrebbe potuto fermare né nessuno, malgrado abbiano tentato, avrebbe potuto tacitare quella carità di suono.

Da qualche anno lei non è più con noi.

È andata in un tempo sconosciuto, in una nebulosa che sovrasta ogni possibile razionalità, ma la sua poesia continua a vivere e a volare nello spazio e nel tempo dove nessun limite o confine è dato se non quello segnato dalla nostra diversa, soggettiva sensibilità.

Alda Merini è l’aura di mistero dove fluttuano parola, silenzio, musica, anima, passione, senso della vita e della morte dal cui raro incontro nasce la sintesi che assurge a parola poetica, a parola restituita all’origine e per questo “vera”, nuda, libera da condizionamenti e da sovrastrutture.

Possiamo trovare un filo di congiunzione tra il mito e l’esperienza manicomiale della scrittrice, tra il suo inferno e la discesa agli inferi di Persefone.

Come Persefone, preda di un dio cupo e malefico, anche la poeta alterna il suo travaglio fra lunghi disperati internamenti e ritorni alla luce in un eterno contendere che è ricerca di sé attraverso lo scavo impietoso dell’anima.

Merini discende agli inferi, il manicomio, per poi emergere ed esplodere nella luce di una poesia maturata nel buio, nutrita dal buio, ma proprio per questo più dirompente e sconvolgente.

 

Nella raccolta poetica La Terra Santa la denominazione biblica suona come metafora che ha il senso della dimensione psichica, dell’inevitabile associazione alla terra di reclusione, alle mura di Gerico che circondano la sua Palestina.

Fuori dalle mura espone interamente se stessa, non si sottrae all’urto del reale, vive gli eccessi e le tenerezze delle passioni e con risolutezza dà voce al canto che tutto contiene: l’abisso e la vetta su cui sprofonda e s’innalza coi ginocchi piagati e la mente aguzzata dal mistero.

Questo scritto non va letto come atto esclusivamente commemorativo di una poeta la cui vita e la cui poesia hanno inciso la coscienza di quante/i hanno saputo leggerla, ma vuole essere un invito per quante/i non l’hanno incontrata o l’hanno incontrata poco, a leggere o a ri-leggere i suoi testi, soprattutto quelli della prima produzione.

Questo suggerimento – per chi vorrà accoglierlo – viene dato perché, a mio parere, l’autenticità della sua parola poetica, quella che lascia tracce e mette in discussione la società, i suoi schemi e le sue convenzioni, appartiene alle prime opere in gran parte curate da Maria Corti e da pochi/e altri/e.

Negli ultimi anni della sua vita – è mia opinione – la poeta è stata strumentalizzata da “speculatori” che l’hanno resa oggetto mediatico e da certa editoria che, abusando della sua fragilità, l’ha indotta a scrivere con eccessiva frequenza, anche quando non avrebbe voluto.

Ciò ha provocato un parziale “scadimento” della sua straordinaria qualità poetica imbrigliata nelle logiche e negli interessi economici che nulla hanno a che fare con la poesia e la creatività.

La Merini che ho imparato a riconoscere è poeta dall’ispirazione estatica e libera che sostanzia la parola poetica su un vissuto di dolore riattraversato in senso salvifico per sé e sul coraggio della denuncia verso leggi e individui che volendo “normalizzare” la sua vita, l’hanno in realtà annientata.

Ma Alda Merini, poeta dal canto ferito di così rara bellezza, pur pagando un prezzo altissimo, è risorta dalle ceneri e ancora continuerà a cantare le sue canzoni d’amore e di rabbia.

Ancora continuerà a testimoniare un passaggio di luce che sbrecciando il cielo – come staffile – è ridisceso sulle pagine ripide del mondo.

 

 

 

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