Minigonna, la bellezza spudorata delle ragazze

Senza titolo 3Due libri diversi, letti per caso nello stesso periodo, hanno spontaneamente dialogato tra loro. Accomuna le autrici l’aver attraversato i femminismi italiani e l’amore per le parole.

Nel libro Sotto la pelle dell’orsa Roberta Mazzanti, nei due scritti autobiografici, parla di bellezza, crescita, malattia, corpi, generazioni, femminismo, complessità della relazione tra madre e figlia, fragilità.

Il libro di Delfina Lusiardi e Anna Maria Piussi E la vita cammina quasi diritta. Un laboratorio di narrazioni pazienti si occupa del disagio mentale di figlie adolescenti, dal punto di vista delle madri. “Al centro sono le loro voci che tessono pazientemente i fili di una narrazione che costringe, e nello stesso tempo aiuta, a riattraversare l’oscurità vissuta, nella quale il dolore esistenziale delle figlie le ha trascinate. Passaggio fondamentale, esperienza di nuova nascita delle figlie e metamorfosi dell’essere madre. Trasformazione radicale del proprio sguardo di madre che, in questo travagliato divenire donna della figlia, impara a orientarsi nel buio, a ritrovare i propri passi, ad affrontare “la strada a testa alta”. E a riconoscere, infine, che la linearità, nel vivere, non è che un ideale, un’illusione.”

La minigonna è stato l’oggetto chiave, l’elemento di riflessione, che ha fatto relazionare i due testi.

“Una generazione spudorata, così siamo state noi adolescenti alla metà degli anni Sessanta? Io ricordo piuttosto lo scarto faticoso fra un modello collettivo e un sentire intimo, privatissimo, non confessato neppure tra amiche e compagne. -scrive Roberta- Avevamo fretta di sbarazzarci dell’ingenuità, ogni ostacolo andava superato di slancio, e il pudore -che solo pochi anni prima era virtù e dote delle fanciulle in fiore- divenne una parola ridicola, una categoria bigotta. Avevamo fame di corpi liberi. Non per caso la nostra acerba liberazione sessuale coincise con l’esplosione dei corpi adolescenti e la minigonna simboleggiò una voglia collettiva di giostre amorose, di accarezzamenti di massa anche sguaiati, felicemente sguaiati e amorali come i ragazzi e le ragazze sanno essere.”

“La memoria suscita ricordi di altre adolescenze femminili: le nostre -scrive Delfina- iniziate in epoche in cui il corpo di una donna doveva esporsi con molta discrezione agli sguardi maschili; finché sull’onda di una ribellione che scardinava tutto, ci si è liberate anche di questa imposizione. La minigonna è stata il simbolo più evidente di una trasgressione, l’invenzione di una mossa decisiva per risolvere il contrasto che anima ogni donna: tra il desiderio che il proprio essere-corpo-femminile non passi inosservato e il rifiuto di sguardi troppo intrusivi.[…] Ma, solo una generazione di donne con lo spirito abbastanza forte poteva esporre il proprio corpo senza temere sguardi privi d’affetto, di donne abbastanza indipendenti dai modelli culturali dominanti da sentire che questo gesto non era un atto di esibizione, ma un atto di libertà e di ricerca di una misura altra rispetto a quella imposta dalla tradizione. Il gesto collettivo evitava quella sottile violenza alla quale è difficile sottrarsi, quando il confine tra ciò che va mostrato e ciò che va protetto viene imposto da altri, dal conformismo della tradizione o dal potere della moda. Scardinate le barriere tradizionali, era possibile e necessario trovare una misura soggettiva, senza subire imposizioni umilianti.”

La forza imparata negli anni del noi collettivo, del coinvolgente plurale femminile, porta le autrici a condividere, tramite la scrittura, le umane fragilità.

Roberta Mazzanti, dopo aver affrontato nel primo scritto i nodi della bellezza e dell’anoressia, narra il disagio vissuto intorno ai trent’anni: la paura di camminare, la frangibilità paralizzante, l’insicurezza dello stare nel mondo. “Ci sono voluti anni per riprendermi. Per riabitare l’interno e l’esterno. In quel tempo traballante ho seminato le parole come briciole che mi impedissero di perdermi mentre esploravo la vertigine”.

Percorso che richiama quello fatto dalle madri del laboratorio, a stretto contatto col totalizzante malessere delle figlie.

“Ci sono epoche della vita in cui il processo di individuazione sperimenta l’inabissarsi dell’immagine remota di sé, che sottende il divenire e lo orienta: l’adolescenza è una di queste. Un’epoca della vita in bilico tra il mutare con naturalezza e lo sprofondare violentemente nel buio dove quell’immagine scompare.[…] Da dove viene lo sguardo di disamore che posandosi impetuoso su una giovane donna risveglia questa spinta a disfare l’immagine nata e cresciuta con lei?” si interroga Delfina. “Pazienza del nulla: l’espressione ci viene incontro mentre stiamo lavorando alle testimonianze raccolte. Aiuta a vedere il tratto essenziale di questo amore materno al quale una donna adulta è costretta ad abbandonarsi, se desidera stare in maniera feconda presso la figlia, o il figlio, nel passaggio più rischioso del suo divenire.”

Le parole delle madri, scambiate nel laboratorio, entrano in dialogo, nella mia lettura,con quella di una figlia, Roberta.

“Il doppio movimento fra pudore come difesa della propria intimità e messa a nudo sovvertitrice -una oscillazione che ha segnato le generazioni nate a metà del secolo scorso e tuttora mi pare presentarsi come intreccio complesso tra libertà e omologazione-,   mi aveva portato dritta al tema dello sguardo reciproco fra donne, e perciò alla prima esperienza, quella tra madre e figlia, in cui questo specchiarsi si materializza e annida nelle pieghe della psiche.” Secondo Roberta l’ombra del materno rimane, “preziosamente custodita nel profondo; ma ogni tanto è bene, fa bene, esplorarla con buona luce e debitamente attrezzate.”

“Con il femminismo abbiamo scoperto che nella vita di una donna il legame con la madre, l’essere dello stesso sesso di chi ci ha messo al mondo e insegnato la parola e il desiderio, è un privilegio -afferma Piussi- fonte di vitalità e creatività, e al tempo stesso una complicazione/complessità non esente da lati oscuri, da zone d’ombra, riconducibili all’indeterminatezza dei confini tra una e l’altra, fino alla possibile confusione di identità, e alla fantasmicità dell’arcaica potenza materna, che possono inchiodare l’evoluzione della singola in una relazione ambivalente di idealizzazione/rifiuto.”

Nel percorso di vita, alla ricerca di un misurato e fluido equilibrio, guida evocativa si rivela la parola poetica di Emily Dickinson, presenza importante in entrambi i testi.

Il titolo del secondo scritto di Mazzanti, Quell’andatura incerta, è tratto da una sua poesia.                                                “Da un’asse all’altra avanzavo
così lenta, prudente.
Sentivo le stelle sul capo,
e sotto i piedi il mare.
Questo solo sapevo: un altro passo
poteva essere l’ultimo.
Ed avevo quell’andatura incerta
che chiamiamo esperienza.”                                                                                                         Il passo in bilico delle adolescenti, una volta conosciuta la forza trasformativa delle avversità, e la gratitudine per la resistenza offerta loro dalle madri, “permette alle giovani di andare nel mondo con una libertà consapevole dei suoi vincoli e una soggettività conscia della vulnerabilità e della dipendenza, e con l’apertura necessaria -sottolinea Piussi- ad accogliere le emozioni piacevoli e quelle dolorose, il positivo e il negativo, il limite e l’infinito, e di vivere nella certezza di ritrovarla, di ritrovarsi.”                                                                               Postura esistenziale ed emotiva che indica la strada quando ci si trova a stretto contatto con le le difficoltà che attraversano la vita. Come racconta la poesia 419 di Emily Dickinson che dà il titolo al libro di Lusiardi e Piussi.                                                                                              “Ci abituiamo al buio
quando non c’è più luce-
dopo che la vicina ha retto il lume
testimone del suo addio-

per un momento i nostri passi vanno incerti
nell’improvvisa notte-
poi gli occhi si adattano alla tenebra,
e affrontiamo la strada -a testa alta.

Così è nelle tenebre più vaste,
quelle notti del cervello,
quando nessuna luna ci fa segno,
nessuna stella affiora dal di dentro.

Anche i più coraggiosi brancolano un po’
e sbattono talvolta                                                                                                                                la fronte contro un albero – ma appena
imparano a vedere,

l’oscurità si altera, oppure
qualcosa nella vista
si abitua alla notte fonda-
e la vita cammina – quasi dritta.”

Roberta Mazzanti, Sotto la pelle dell’orsa, Iacobelli Editore, 2015, 72 pagine, 13 euro

Delfina Lusiardi e Anna Maria Piussi, E la vita cammina quasi diritta. Un laboratorio di narrazioni pazienti, QuiEdit, 2015, 160 pagine, 14,50 euro

 

LIBRO MAZZANTI

Sito libro Mazzanti http://www.iacobellieditore.it/catalogo/sotto-la-pelle-dell-orsa/

 

Recensione di Giovanna Pezzuoli                                               http://27esimaora.corriere.it/articolo/la-bellezza-incantesimo-e-prigione-storia-di-un-rapporto-complicato/#more-65856?refresh_ce-cp

Recensione Alessandra Pigliaru

http://ilmanifesto.info/il-lento-apprendistato-alleta-adulta/

LIBRO LUSIARDI

 

Sito libro Lusiardi e Piussi http://www.quiedit.it/scheda.aspx?id=405

 

Biobibliografia Delfina Lusiardi http://www.diotimafilosofe.it/autore/delfina_lusiardi/

 

Biobibliografia Anna Maria Piussi http://www.diotimafilosofe.it/autore/anna-maria-piussi/

 

 

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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