Per cosa mi gioco la vita?

Si intrecciano tre storie, con scansioni spaziali e temporali diverse, in Valori, l’ultimo romanzo di Clara Uson: Mati, una direttrice di banca costretta nel 2007 a vendere azioni ‘sporche’ ai suoi clienti, rovinandoli, e della figlia adolescente dal “ballo nel sangue” persa fra il mondo delle chat e l’odio per la madre; un giovane, Fermìn Galàn, che lotta per gli ideali repubblicani (realmente esistito) nella Spagna degli anni ’30; un prete durante la Seconda guerra mondiale in Croazia che abbraccia gli orrori in nome della pulizia etnica. I tre hanno in comune un problema attorno ai “valori”: se i valori sono i principi che guidano e ispirano una esistenza, è difficile accostare la libertà al denaro al razzismo e alla religione che diventa fanatismo, in contesti politici differenti, ma è questo il tema, provocatorio e inquietante, del romanzo.

Un libro perturbante dunque, come già La figlia, perché i diversi valori sembrano sullo stesso piano: il senso etico non esiste? Contano solo il successo e la ricchezza? Trionfano solo l’odio religioso e etnico? Ma anche le figure più negative hanno sprazzi di umanità: fra il bianco e il nero le sfumature ci sono, tuttavia non cancellano uccisioni e odio. E ogni paradigma determina scelte, esistenze e società differenti.

Con il fallimento della rivoluzione, Fermìn Galán si consegna sperando così di salvare gli ufficiali catturati, quindi decide di morire a occhi aperti, dopo aver scostato “con dolcezza il testardo sacerdote, instancabile nel cercare di salvargli l’anima” e dirige il plotone di esecuzione contro di sé inneggiando alla Repubblica. E Luis Duch, di buona famiglia conservatrice e cattolicissima, giustiziato per il suo essere un comunista, lascerà ugualmente la vita a fronte alta, dopo aver sempre difeso Galán “un eroe irreprensibile morto per la libertà di tutti gli spagnoli”.

Ma il sacerdote Casimiro ci porta in una delle pagine più atroci della Chiesa cattolica, nel campo di concentramento di Jasenovac (comunemente chiamata la Auschwitz del Vaticano), in una Croazia alleata dei nazisti, dove molti preti e monaci servirono nella tremenda milizia degli ustascia, impregnata di razzismo contro serbi, ebrei, zingari, gay: “noi clerici croati avevamo l’obbligo di appoggiare i valorosi ustascia nella loro lotta contro il nemico comunista”. Vengono così creati dei campi di lavoro per “i nemici della Chiesa di Cristo”, ammazzati e brutalizzati senza pietà, un genocidio sistematico e programmato: la fede cattolica e la purezza della razza erano “i pilastri del giovane Regno Indipendente di Croazia”. Nella vecchiaia Casimiro fa confusione a ricordare a volte, ma resta convinto delle sue scelte, fin da quando nel 1941 viene mandato a “convertire i serbi e gli ebrei e così via in un posto che si chiamava Slavonia” con gli ustascia, “che sembravano nazisti croati, con pistole e baionette”. Le molteplici facce del male sembrano come dilatate nel nostro secolo, quasi banalizzate, ma una figura come quella del frate ricorda che i fondamentalisti, i razzisti sono tra noi, simili a noi, con la loro terribile normalità e la loro latente pericolosa violenza.

Nella strategia narrativa fra verità storica e invenzione creativa, l’autrice attinge ad un lavoro di ricerca, come indica nella nota finale, e snoda le varie vicende con una successione di frasi che – senza lasciare tregua a chi legge – dipanano e avvolgono la matassa di una Storia fatta di storie. Usón scava nella memoria con una modalità narrativa che passa da un protagonista all’altro, da una storia all’altra senza interruzione, nella stessa pagina: si spezzano le sequenze cronologiche e spaziali rendendo porose le pareti del tempo. Non ci sono unità di spazio, luogo e tempo: è un andirivieni dalla Spagna alla Croazia, senza interruzioni o spiegazioni, mentre, con stili differenti, fra finzione e documentazione, passato e presente si fondono, perché “il tempo è un vero casino”.

Alla fine con la vicenda di Mati e del suo gigolò, sembrano riannodarsi i fili, ma emerge come la memoria dipenda dal gioco delle circostanze, e ricordare implichi dare forma e significato a frammenti spesso isolati e sconnessi, in tensione tra quei valori, diversi, con cui si vuole connotare la propria esistenza. E tuttavia risuona un grande dolore che chiede giustizia alla Storia.

L’odio, razzista e religioso, che vinse a Jasenovac, presto rimossa o dimenticata, ci ricorda qualcosa? La contrapposizione continua fra liberazione e oppressione è irrisolvibile? La storia, dice Usón, si ripete per cerchi: vanno spezzati. Mi sembra che questo libro inviti ad una relazione vissuta fra il passato ricordato e il presente che ricorda: così una giornata della memoria dovrebbe servire anche a farci rammentare come l’Europa che oggi respinge i migranti è la stessa Europa che ha inventato e messo in pratica il genocidio organizzato (Portelli).

 

Clara Usón, Valori, Sellerio 2016, pp. 268, euro 16,00

Alessandro Portelli, “La crisi della memoria”, il manifesto 27.1.2016

 

 

 

 

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