Mai più umili. L'inolvidable libertà

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail

Ho la sensazione che sia arrivato il momento di portare alla luce quei fatti spagnoli… E’ arrivato il momento di guardarli”. Nel romanzo di Lydie Salvayre, Non piangere, premio Goncourt 2014, Lidia, l’io narrante, giunge a questa profonda motivazione nel raccogliere il racconto che la madre Monserrat novantenne le va facendo. E al tempo di quei fatti, nell’estate  del ’36, Montse aveva appena quindici anni.

Tra i buchi di memoria del presente e anche del passato che non sia l’agosto 1936, “il mese dello Splendore”, riaffiorano intatti nella ricostruzione di Montse passioni, emozioni, stordimento di quell’estate, quando Montse e il fratello José scoprirono la libertà. Con tutti i suoi rischi, le difficoltà, le contraddizioni, ma così bella, così travolgente che “vedi, se mi chiedessero di scegliere tra l’estate del ’36 e i settant’anni” venuti dopo “non sono sicura che sceglierei questi ultimi”.
L’inizio della libertà era arrivato anche nel paese povero ed arcaico di Montse e José. Era arrivato prima sotto forma di parole, parole nuove nuove, che aprivano a un mondo nuovo. “Devi sapere, figlia mia, che in una sola semana avevo aumentato il mio patrimonio di palabre in modo incredibile: despostismo, dominio, traidori capitalisti, ipocresia borghese, popolo dissanguato… e io che non sapevo niente di niente, in una semana mi ero convertita in una anarchica doc, dispuesta ad abbandonare la famiglia…” .
E da una parola nasce la ribellione di Montse, colpita come da uno schiaffo dall’aggettivo “umile”: “il 18 luglio 1936 alle dieci del mattino, quando lei si era presentata come aspirante al posto di domestica: Ha un’aria davvero umile, frase nella quale aveva percepito un’insopportabile sfumatura di disprezzo che l’aveva ferita molto di più di quanto avessero fatto le cinghiate di suo padre, al punto di farle desiderare, né più né meno, la rivoluzione.”

E così Montse e José lasciano il paese, la madre, il padre tiranno che picchia “per mettere a tacere le angosce e per alleviare la stanchezza” e vanno alla scoperta di Barcellona dove “per le strade c’è un’allegria, un’euforia, un’aria di festa che loro non hanno mai visto, né mai vedranno in seguito”.
Montse scopre l’inimmaginabile: che le donne possono fumare anche se non sono delle puttane, scopre il mare, i caffè, la gioia di vivere. “Dammi un pizzicotto. Fa’ che non sia un sogno. … L’acqua calda che scorre dal rubinetto, il piacere di gustarsi una birra fresca seduti a un tavolino fuori da un bar, diventano d’un tratto esperienze straordinarie” , che culminano con l’atto più sovversivo, “il danaro bruciato come immondizia”.
In parallelo all’esperienza di Montse e José (poveri, ignoranti, contadini) si aprono i flash sull’esperienza che di quello stesso periodo ha Bernanos, intellettuale maturo e scrittore già famoso.
Come José vede la violenza insensata della sua parte, Bernanos a Maiorca vede l’orrore dei franchisti che “abbattono senza fretta bestia per bestia” tutti coloro che potrebbero anche soltanto dissentire. E Bernanos, il cattolico, “decide di dire che i nazionalisti hanno instaurato un vero e proprio regime del Terrore, benedetto e incoraggiato da una Chiesa che seraficamente asserisce Accipe militem tuum, Christe, et benedice eum.”
La scrittura (nella traduzione di Di Lella e Scala che rende in italiano il ‘fragnol’, misto di spagnolo e francese di Montse, che poi sarà esule in Linguadoca) procede alternando il tono lu minoso del racconto di Montse al tono impietoso, da libello aspro, della ricostruzione dei fatti storici, guscio in cui Lidia, figlia narrante, accoglie le memorie della madre.

Quando Montse e José tornano in paese, è come se tornassero in una prigione. Il sogno libertario di Josè, il “camminare a testa in giù” che aveva proposto ai suoi compaesani è sepolto dal bigottismo che riaffiora e dalle discordie dei repubblicani che porteranno alla fine tragica.
Nonostante i giorni, gli anni durissimi che ancora la aspettano, Montse ha il suo dolce compenso e il suo fiero riscatto: vedendo la sua piccola Lunita, non può “fare a meno di pensare che la rivoluzione del ’36 aveva avuto un effetto insperato: quello di modificare il DNA familiare, perché non c’era traccia, sul faccino di Lunita, di quell’aria umile che si trasmetteva di generazione in generazione come tratto genetico dominante e come richiamo per ogni sorta di mortificazioni.”

Lydie Salvayre, Non piangere, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala, edizioni l’ Asino d’oro

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento