Elena Gianini Belotti motivazione del conferimento socia onoraria e video dell’evento

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail

Disvelare gli inganni

di Maristella Lippolis

Quando nel 1973 uscì nelle librerie Dalla parte delle bambine. L’ influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita, il nome della sua autrice Elena Gianini Belotti era pressoché sconosciuto. Chi fosse quella scrittrice, che con tanta audacia scavava nelle pieghe dei comportamenti quotidiani penalizzanti per le future donne sin dalla più tenera infanzia, tutto sommato interessava poco alle migliaia di lettrici che lo lessero e ne fecero tesoro. Erano i giorni del nascente femminismo e per le giovani donne, figlie o madri che fossero, si spalancò un mondo: le prime riconobbero i condizionamenti della cultura patriarcale di cui le loro stesse madri erano state complici; le seconde avevano finalmente in mano una sorta di Bibbia laica e femminista  che le affrancava dalle regole imposte dalle tradizioni. La generica ribellione ora aveva delle basi solide e femministe dalla parte delle bambine, ma anche dei bambini, delle madri e dei padri che accettavano di mettersi in discussione. L’autrice allora aveva 44 anni; era nata nel 1929 da una madre maestra, e aveva frequentato le prime classi di scuola a Bergamo per poi trasferirsi a Roma con la famiglia. Qui aveva insegnato in un Istituto professionale statale per assistenti all’infanzia, che preparavano quelle che oggi sono le puericultrici.  Poi nel 1960 era stata chiamata, in virtù delle grandi competenze acquisite sul campo, a dirigere il Centro Nascita Montessori della capitale, incarico che tenne fino al 1980. In quel luogo le gestanti venivano preparate psicologicamente e praticamente a diventare madri rispettose dell’individualità del bambino: un osservatorio per lei prezioso, che divenne l’humus delle sue riflessioni. Lo sguardo attento sulla retorica della maternità e la pratica quotidiana, insieme alle sue allieve, nelle scuole per l’infanzia, hanno costituito una formazione maturata e affinata sul campo, nel cuore della realtà,  e rappresentato una palestra per quella che diventerà il cuore della sua narrazione: la destrutturazione degli stereotipi che condizionano il libero dispiegarsi della soggettività femminile in ogni stagione della vita, lo svelamento degli inganni che impediscono di diventare se stesse. Impegno, questo, che è passato attraverso i saggi e le opere di narrativa. A quel primo libro fortunato, che viene letto ancora oggi, e rimane attuale, purtroppo, sono seguiti i saggi Che razza di ragazza (1979), Prima le donne e i bambini (1980), Non di sola madre (1983), Amore e pregiudizio. Il tabù dell’età nei rapporti sentimentali (1988). Con quest’ultimo testo inaugura una tematica che sarà centrale nelle sue opere di narrativa: quella delle relazioni tra donne e uomini, sempre insoddisfacenti e caratterizzate da una sottrazione di forza e di libertà. Ben diversamente accade invece nelle relazioni di amicizia tra donne, che l’autrice illumina di una luce particolare, evidenziandone i guadagni, la solidarietà, l’agio, il sentirsi intere anche senza un uomo accanto. Romanzi come Apri le porte all’alba, Il fiore dell’ibisco, sino ad arrivare allo splendido Voli, che si può definire una sorta di autobiografia con animali. Qui le relazioni sono quelle che si instaurano tra una donna adulta e le decine di specie di uccelli e altri animali che condividono lo spazio aperto dell’amata dimora nella campagna toscana; e anche qui ci saranno luoghi comuni da scardinare e gesti di libertà da compiere: uno sguardo contemporaneo e anticipatore di tante tematiche che viviamo oggi. Frutto del suo sguardo disincantato è la raccolta di racconti Adagio un poco mosso, dove con ironia narra donne avanti negli anni o decisamente anziane, e le loro strategie di sopravvivenza in un mondo che le considera ormai esseri fuori gioco.  Lo sguardo sulla vecchiaia è velato di malinconia, forse, ma mai di resa: la vita può riservare ancora sorprese, ci dice, per chi sa affrontare l’oggi con curiosità e voglia comunque di vivere. In altri romanzi compaiono nuove protagoniste: sono le donne immigrate che ci vivono accanto e che se non apriamo gli occhi non vediamo, le protagoniste di Cortocircuito e Onda lunga, il suo ultimo romanzo pubblicato nel 2013 da Nottetempo. Tutte le sue storie hanno una riconoscibile impronta autobiografica che però non resta chiusa nel perimetro esperenziale della scrittrice ma, al contrario, forse grazie a quella sua voce piana e pacata, è capace di sollecitare riconoscimento e immedesimazione in chi legge. Quell’alzare la testa, il dito tra le pagine e il pensiero: Ecco, è così anche per me, è proprio così.  Più strettamente autobiografici invece i romanzi Pimpì Oselì, il ritratto di se stessa bambina, che è anche il ritratto di una generazione cresciuta nella retorica fascista del tempo; e Pane amaro, ispirato alla vicenda di emigrazione del padre ricostruita attraverso un suo diario ritrovato. Ma tra tutti resta unico e indimenticabile il romanzo Prima della quiete, del 2003, su cui voglio spendere qualche parola in più, perché si lega molto profondamente al lavoro che come Sil conduciamo sulla storia delle nostre madri.  Racconta di Italia Donati, una giovane maestra vittima come tante altre di una società patriarcale e misogina e di una legislazione arretrata che penalizzava quella che di fatto rappresentava la prima forza lavoro intellettuale femminile, e di emancipazione. Dopo due anni di vessazioni, maldicenze e tentativi di violenza subiti da parte del sindaco del paese delle campagne toscane dove era stata destinata, Italia Donati si suicidò nel 1883 lasciandosi annegare in un canale.  Il clamore che ne derivò contribuì a riformare quella condizione anche sul piano legislativo; ci furono articoli e inchieste sul Corriere della Sera e Matilde Serao per il Corriere di Roma scrisse un articolo vibrante di indignazione dal titolo “Come muoiono le maestre”. Un romanzo coinvolgente, scritto con una voce narrante che sa scandire gli eventi accompagnandoci con dolore verso l’esito finale. L’autrice riserva a sé il primo e ultimo capitolo, scritti usando la prima persona, dove racconta di come è arrivata a scrivere quella storia, a indagare sul campo lì dove tutto avvenne, in dialogo con la sua personaggia e i luoghi che hanno assistito alla tragedia.  Un romanzo che merita di essere riletto, ma che come la maggior parte dei suoi libri, non si trova più in circolazione. Per tutti questi motivi, per la gratitudine e l’affetto che in tante nutriamo verso di lei, dentro e fuori la SIL, abbiamo deciso di proclamare Elena Gianini Belotti Socia onoraria della Società italiana delle Letterate, e sappiamo che questa scelta sta già raccogliendo un vasto consenso.


Guarda il video dell’evento sul canale youTube di Feminism 4 fiera dell’editoria delle donne 


 

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento