Loredana Lipperini IL MIO PRIMO LIBRO

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Quarto appuntamento con la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Per saperne di più leggi l’articolo in cui Silvia Neonato, direttrice di LETTERATE MAGAZINE spiega tutto. Stavolta si tratta di Loredana Lipperini. 

di Loredana Lipperini

Nel 1977 viene lanciato nello spazio, inserito in una nelle due sonde spaziali del Programma Voyager, il Voyager Golden Record. Era un disco d’oro, e conteneva i suoni delle onde, del vento, i canti degli uccelli, saluti terrestri in 55 lingue. Parole che in sumero, in greco antico, in cantonese, in ittita persino, portavano messaggi semplici: veniamo in pace, benvenuti, auguri ai nostri amici dello spazio, state bene. Al momento del lancio, era noto che la sonda Voyager avrebbe impiegato 40 000 anni per arrivare nelle vicinanze di un’altra stella.

Non aveva importanza. Nel disco c’è, ancora, il primo movimento del secondo Concerto brandeburghese, per tromba, di Bach, e ancora Johnny B.Goode e l’aria della Regina della Notte di Mozart, e il Preludio e fuga in Do maggiore da Il clavicembalo ben temperato sempre di Bach, suonato da Glenn Gould, e molto altro. Sulla superficie del disco è stata incisa la frase: “To the makers of music – all worlds, all times” (Vi ricorda il senso di Murder Most Foul di Dylan? A me sì).

Sperava, Carl Sagan che guidava la commissione del Disco d’oro, che qualcuno, dopo decine di migliaia di anni, avrebbe ascoltato quella musica. Una bottiglia nel più vasto degli oceani. Conteneva una speranza, certo, ma dietro c’era una certezza: avremmo dovuto prenderci cura del luogo che aveva potuto concepire quella bottiglia. Così disse Sagan:«Guardate quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi. Su di esso, tutti quelli che amate, tutti quelli di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di presuntuose religioni, ideologie e dottrine economiche, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e suddito, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì su un granello di polvere sospeso dentro ad un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria ed il trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un punto. Pensate alle crudeltà senza fine impartite dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti i loro malintesi, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto ferventi i loro odi. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è nessuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è nessun altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Abitare, non ancora.
Che vi piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto».

Lo scrisse dopo il 1990, quando venne diffusa la Pale Blue Dot, la fotografia della terra vista dai confini del sistema solare. A quell’epoca, la mia avventura nel mondo dei libri era appena cominciata. Il mio primo libro era Invito all’ascolto di Bach, uscì per Mursia nel 1984 in una collana che spiegava in modo piano le vite e le opere dei grandi compositori. Mi occupavo di musica classica, allora, in modo discontinuo: per una rivista che si chiamava Sipario e per Radio2. Soprattutto la ascoltavo, ne leggevo, la divoravo. Fu proprio il direttore di Sipario, Giacomo De Santis, che fu il primo a credere in me, a propormi di scrivere il libro. Sarò capace?, mi chiedevo angosciata, mentre compulsavo testi e biografie e analisi raffinatissime su Bach, e mentre quello che sarebbe diventato mio marito entro pochi mesi batteva a macchina (una macchina non elettrica) l’intero catalogo BWV, in tedesco. Ci sposammo a novembre, e nello stesso mese tenni fra le mani il mio primo libro. Ne ho scritti altri due, a carattere musicale, un’Introduzione al Don Giovanni Mozart in rock. Poi non ho mai più scritto di musica: ci sarebbero stati saggi, molti, e infine, nel 2009 con il nome di un’altra, Lara Manni, e nel 2017 con il mio, la narrativa a cui sempre avevo pensato anche mentre scrivevo e correggevo e riscrivevo Invito all’ascolto di Bach.

In questi giorni, penso spesso a lui, al Golden Record e alle trombe del secondo Brandeburghese che aspettano di squillare nella galassia. Magari non avverrà mai. Magari sì. Ma il desiderio, in questi mesi che strisciano lenti e spaventati, è di poter ottenere la stessa speranza, la stessa meravigliosa utopia, che spinse gli uomini a sparare Bach nei cieli.


Scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica, classe 1956, Loredana Lipperini, è fra i conduttori di Fahrenheit su Radio Tre. In precedenza ha diretto l’agenzia di stampa Notizie Radicali ed è stata fra le prime voci di Radio Radicale, passando poi a Radio Rai, per la quale ha condotto programmi di musica classica e attualità. Come giornalista ha collaborato, negli anni, a riviste e quotidiani come SiparioPianotimeIl Giornale della Musica, l’UnitàIl Secolo XIXL’Espresso e La Repubblica.

Dal 2014 è direttrice artistica del Festival letterario “Gita al faro” a Ventotene e dal 2016 del festival invernale a Macerata “I giorni della merla” insieme a Lucia Tancredi. Dal 2004 ha un blog che si chiama Lipperatura, ospitato sul portale Kataweb.it, dove pubblica recensioni, interviste e commenti sulle nuove uscite editoriali, su temi legati al mercato e alle manifestazioni librarie, a produzioni trans-mediali e a questioni di genere e di attualità.

Ha fatto parte di diverse giurie di premi, da quello ludico assegnato ogni anno da Lucca Games, ai letterari premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante, premio Mondello, Premio Scerbanenco e altri. È fra gli Amici della Domenica del Premio Strega.

Per la televisione ha condotto tra l’altro “Confini” su Rai 3 e una rubrica fissa su “L’altra edicola” di Rai 2. Come autrice ha firmato la sigla finale della prima edizione di “Pinocchio” di Gad Lerner su Rai 1, ha scritto le due serie del programma di scienza per ragazzi Hit Science, la striscia settimanale “Mammeinblog” e ha scritto con Raffaella Carrà, Sergio Japino e Caterina Manganella “Il gran concerto”, in onda su Rai 3.

Con l’eteronimo Lara Manni, Lipperini ha pubblicato alcune opere di letteratura fantastica. Nel 2009 esce con Feltrinelli il romanzo gotico Esbat. Nel 2011 Fazi pubblica Sopdet – La Stella della Morte e, l’anno dopo, Tanit – La Bambina Nera, ultimi due volumi della trilogia.

Tra i suoi libri, Invito all’ascolto di Johann Sebastian Bach, Mursia, 1984, Mozart in rock, Sansoni, 1990 , ristampato da Net nel 2006, Generazione Pokémon, Castelvecchi, La notte dei blogger, Einaudi Stile Libero, 2004, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, 2007, Non è un paese per vecchie, Feltrinelli, 2010, Di mamma ce n’è più d’una, Feltrinelli, 2013. Con Michela Murgia ha scritto nel 2013: «L’ho uccisa perché l’amavo». Falso!, Laterza. E ancora: Pupa, illustrazioni di Paolo d’Altan, Rrose Sélavy 2013, 2015, Questo trenino a molla che si chiama il cuore, Laterza, 2014. Con Giovanni Arduino ha pubblicato Schiavi di un dio minore, UTET, 2016. E poi L’arrivo di Saturno, Bompiani, 2017, Magia nera, Bompiani, 2019, La notte si avvicina, Bompiani, 2020.

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