Anno 1985 Maria Rosaria La Morgia intervista Natalia Ginzburg

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Natalia Ginzburg trascorse tre anni a Pizzoli con i figli piccoli e con il marito Leone, confinato dal fascismo nel piccolo centro dell’aquilano dall’autunno del 1940 alla fine dell’estate del ’43. Durante quel periodo scrisse il romanzo La strada che va in città, che riuscì a far pervenire a Cesare Pavese e che fu pubblicato da Einaudi nel 1942.  Nel 1944 tornata a Roma scrisse il racconto Inverno in Abruzzo per la rivista “Aretusa”, poi inserito nel libro di memorie Le piccole virtù (Einaudi 1962).  La scrittrice lasciò in dono la sua biblioteca al Comune di Pizzoli, e   all’inaugurazione furono presenti i figli Carlo, Andrea e Alessandra, che era nata a L’Aquila. Nel 1985 rilasciò alla giornalista di Rai3 Maria Rosaria La Morgia un’intervista, che venne pubblicata nel libro “C’era una volta in Abruzzo”, ed. Medium, Pescara 1985, e nel libro Terra di libertà, Ed. Tracce, Pescara 2015.


Il confino in Abruzzo di Natalia Ginzburg, intervistata da Maria Rosaria La Morgia nel 1985

 

“… Le mando le mie risposte ad alcune delle sue domande. Sono risposte in genere piuttosto laconiche, ma vorrei che le lasciasse così, senza aggiungerci nulla…” ( dal biglietto di accompagnamento all’intervista che Natalia Ginzburg volle rilasciare per iscritto alla giornalista ).

  Quale fu la prima impressione che ebbe di Pizzoli? In “Lessico famigliare” lei scrive: “ mio padre, anche lui veniva a volte a trovarci. Quel paese lo trovava sporco. Gli ricordava l’India”.

Quale è stata la mia prima impressione, arrivando a Pizzoli? M’è sembrato il paese più bello del mondo. Mi marito ci viveva già da due mesi, e lo amava. Il paese, era mio padre a trovarlo sporco. Io non lo trovavo né pulito né sporco. Fin dal primo giorno , ci ho vissuto come fosse casa mia.

Che età avevano i suoi figli al momento dell’arrivo a Pizzoli? Quali furono i disagi maggiori che lei dovette affrontare ?

I miei figli, quando siamo arrivati in Abruzzo, erano piccoli, uno aveva un anno e mezzo, l’altro aveva sei mesi. Nell’educarli non ho trovato nessun disagio. D’altronde non avevo impostato nessun tipo di educazione. Ho trovato disagio nell’allevarli, dal punto di vista pratico, sul principio. Ero una madre inesperta e non avevo mia madre con me. Il primo inverno abbiamo sofferto il freddo. Avevamo una piccola stufa che non tirava e che io non sapevo accendere. Ma il secondo inverno avevamo comprato una stufa economica. Era più facile accenderla e la tenevamo nella stanza di mezzo, con le porte aperte. Privazioni, davvero non ne abbiamo sofferte. Anzi. A Pizzoli si mangiavano delle cose molto buone. C’era allora, a Pizzoli, l’albergo Vittoria. Adesso non esiste più. I proprietari dell’albergo Vittoria, Pia Fabrizi, sua madre e i suoi fratelli, erano nostri amici. Mangiavamo spesso all’albergo Vittoria. Ci mangiavano tutti gli internati: alcuni abitavano lì. Vi si mangiavano delle patate squisite, delle ministre squisite, e delle polpette di castrato squisite. Il castrato era pessimo, quando lo cucinavo io a casa, ma all’albergo Vittoria diventava buono. Allora c’era la guerra e non si trovava con facilità, a Pizzoli, altra carne che non fosse castrato o agnello.

Sua figlia Alessandra nacque nel’estate del ’43 a L’Aquila, che ricordo ha di quel momento?

Mia figlia Alessandra nacque all’ospedale dell’Aquila, nel marzo del ’43. C’era un ostetrico straordinario, che ricordo con affetto e ammirazione, ora è morto. Nessuno s’intromise nelle mie abitudini. Nessuno ci chiese perché non battezzassimo nostra figlia. Sapevano bene che eravamo ebrei.

Come venivate considerati dal complesso del paese: ospiti, stranieri? Fino a che punto vi sembrò di riuscire ad amalgamarvi con la comunità locale o giudicaste opportuno mantenere un qualche distacco?

Il paese ci accolse affettuosamente e fraternamente. Pensi che ci consideravano come degli ospiti. Non abbiamo per nulla ritenuto opportuno mantenere del distacco. Semplicemente c’erano persone con cui non parlavamo di politica, perché sapevamo che avevamo idee diverse dalla nostra, Con queste , parlavamo di altre cose. C’erano tante cose di cui parlare. Tutti avevamo problemi: per la guerra, per la miseria. Pizzoli era, allora, un paese povero. Oggi non è più così. Oggi è cambiato, ci si respira un’aria di benesse. Ma allora era un paese molto povero. C’erano anche dei ricchi, ma vivevano come i poveri. Mangiavano forse un po’ meglio, però facevano la stessa vita dei poveri, si vestivano come i poveri, avevano le stesse abitudini, case disagiate e povere, e il freddo lo soffrivano tutti e se ne lamentavano tutti, nello stesso modo.

Come veniva vista la vostra condizione di confinati dalla gente comune, dalle autorità politiche, dal prete, dai borghesi locali? Intorno a voi c’era più ostilità o comprensione e solidarietà?

Mi sembra di aver trovato in tutti solidarietà e comprensione

A Pizzoli tutti oggi ricordano i Ginzburg con affetto. Soprattutto Vittorio Giorgi,allora operaio edile e successivamente deputato del Pci. Come avvenne l’incontro tra lei, la sua famiglia e l’operaio? Che cosa avevano da dirsi personaggi così diversi nelle lunghe serate trascorse a parlare? C’era un rapporto alla pari o esisteva una sorta di carisma che lei e suo marito esercitavate sul giovane comunista?

Vittorio Giorgi e mio marito diventarono amici quasi subito, mi sembra. Vittorio Giorgi veniva a trovarci spesso. Era per noi una grande felicità stare in compagnia, perché con lui parlavamo apertamente di tutto. Eravamo amici.

Oltre a Giorgi, chi frequentavate e come li ricorda?

Oltre a Vittorio Giorgi, vedevamo sempre Enrichetta Fabrizi e i suoi figli, in particolare sua figlia Pia. Erano i proprietari dell’albergo Vittoria ed erano straordinariamente ospitali con noi e con tutti gli internati. Poi c’era la famiglia Gentili, che abitava dirimpetto all’albergo. Con queste persone stavamo sempre. Io stavo molto con Pia. Imparavo da lei tante cose: dove trovare le uova, la farina e la legna, e anche come era fatto il paese, com’erano composte le varie famiglie, casa per casa. Era una ragazza giovane, ma ammirevole per il suo buon senso, e anche per la sua curiosità umana; e infine per la sua generosità nell’aiutare il prossimo, quando poteva.

Negli anni ’41 e ’42 visse in casa vostra Rosa Giorgi, una giovane di Pizzoli che vi aiutava nel governo della casa. Che cosa ricorda di lei?

Rosina aveva, allora, sedici anni. Anche lei mi è stata di grande aiuto, nel capire tante cose del paese che mi riuscivano oscure. Portava i miei bambini a passeggio, tutti i giorni, fra le tre e le sei del pomeriggio, e in quelle ore io scrivevo. L’ho rivista l’anno scorso , con grande gioia. Non è molto cambiata. E’ una fra le persone più liete, più serene e più vive che ho mai conosciuto.

Quale delle vostre abitudini colpì di più la gente del posto? Qualcuna fu apertamente criticata?

Il fatto che portavo fuori i bambini a passeggio anche col tempo cattivo. Di questo mi rimproveravano severamente.

Quale era il rapporto tra lei e le donne del paese? Quale fu la reazione quando scoprirono che lei scriveva?

Non sapevano che scrivevo. Non l’ho mai detto. Nell’ autunno del ’41 a Pizzoli ho scritto un romanzo, e nell’inverno del ’42 è uscito con uno pseudonimo. Era il mio primo romanzo. Si chiamava La strada che va In città. Non credo d’aver detto a nessuno che avevo pubblicato un libro.

Come riusciva a mantenere i rapporti con editori, scrittori e riviste?

Per parte mia non avevo gran rapporti con editori. Il romanzo l’ho portato a Torino una volta che avevamo un permesso di pochi giorni, Pavese l’ha letto e l’ha accettato, non c’è stata gran corrispondenza. Mio marito, sì, lavorava per Einaudi e riceveva da Torino lettere, libri e bozze. Riguardo alla posta, misembra di ricordare che bisogna va andare a ritirarla in Comune.

“Lessico famigliare”, pagina 166: “Venne poi il 25 luglio, e Leone lasciò il confino e andò a Roma. Io restai ancora là.” Come visse il periodo in cui rimase sola a Pizzoli?

E’ stato un periodo orribile , per me e per tutti gli altri internati. Nel paese erano venuti i tedeschi e non sapevamo che fare né dove andare. Là tutti ci conoscevano come ebrei. I tedeschi si erano installati all’albergo Vittoria. Non avevano, nei primi tempi, l’incombenza di cercare gli ebrei, ma sapevamo bene che dovevamo nasconderci, perché presto o tardi ci avrebbero individuato e portato via. Eravamo tutti in preda al panico, ma non sapevamo che fare. Io non avevo seguito mio marito a Roma, dopo il 25 luglio, perché avevo i bambini piccoli, e ci era sembrato saggio che non mi muovessi. Ma dopo l’8 settembre, non ho avuto notizie di mio marito per molte settimane, Poi mi ha mandato una lettere e dei denari, dicendomi di partire subito. Però non c’erano mezzi, né corriere né treni, e le strade erano mitragliate,

Come ricorda il momento della partenza dal paese? Chi l’aiutò?

Siamo partiti ai primi di novembre, io e i bambini. La nostra partenza l’hanno organizzata Vittorio Giorgi e Pia Fabrizi insieme. Pia Fabrizi ha trovato il modo di farci salire su un camion tedesco diretto a Roma, dove avevano trovato posto anche altri civili. Ha detto al conducente che eravamo parenti suoi, sfollati da Napoli, senza documenti perché in un bombardamento erano andati persi. La signora Stefania Gentili ci ha dato del pane e del prosciutto per il viaggio. Sono cose che si ricordano sempre. Siamo partiti così, in una mattina soleggiata, mi sembra fossero le nove della mattina. Avevo tre valige e tre bambini. Non conoscevo i civili italiani che erano con me su quel camion. A un certo punto i tedeschi ci hanno detto che dovevamo scendere tutti, non abbiamo capito perché. Ci siamo trovati in aperta campagna, su una strada. Abbiamo preso poi un trenino che veniva da Viterbo. Dopo la nostra partenza, gli altri internati si sono nascosti. Li ha aiutati tutto il paese. Alcuni si sono rifugiati all’Aquila, alcuni nelle campagne. In tre, credo , non si sono nascosti, non hanno fatto in tempo: due vecchiette di Livorno e un turco. I tedeschi li hanno presi e portati via.

C’è qualche traccia, qualche eco dell’Abruzzo nella sua narrativa, a parte gli aneddoti e le figure riconoscibili?

In quello che uno scrive si rispecchiano vicende, persone e luoghi della sua vita. A volte completamente trasformati e irriconoscibili. A volte uguali al vero.

 

 

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