IL MIO PRIMO LIBRO Ubah Cristina Ali Farah

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Ecco un nuovo appuntamento con la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Stavolta si tratta di Ubah Cristina Ali Farah


Fuggita da Mogadiscio nel 1991, porta con sé uno scialle, un cuscino su cui adagiare il suo bambino e un diario. Per anni resta in silenzio fino a che l’impatto con la diaspora e la rete di donne conosciute in Italia non le dà la forza di mettersi a scrivere. Racconti e poi Piccola madre, il primo romanzo


Di Ubah Cristina Ali Farah

Mio figlio era nato da pochi giorni quando lasciai la mia casa a Mogadiscio nel gennaio del 1991. Non portai grandi cose, forse perché dentro di me ero convinta che sarei ritornata da lì a poco. Adagiai il bambino su un cuscino arrivato dall’Italia e mi avvolsi in un grande velo nero ricamato di bianco che mia cognata aveva fatto arrivare dall’Arabia Saudita.
Per un istante mi balenò il pensiero che forse il ritorno non sarebbe stato possibile, così corsi dentro per prendere il mio ultimo diario, uno di quei quaderni che avevo riempito con tanta dedizione per innumerevoli anni.
Questi tre oggetti, il cuscino, il velo e il diario sono stati per molti anni il simbolo di quella frattura, testimoni di una pratica di scrittura quotidiana poi interrotta per molti anni, sette mi sembra, fino al viaggio a Zeist, in provincia di Utrecht, Paesi Bassi, forse il viaggio più importante della mia vita.
Non vedevo mio padre da molto tempo, da quando si era trasferito al nord. La comunicazione era latente, a singhiozzo, a volte ci sentivamo ogni giorno, a volte il silenzio durava mesi. Avevo pazientemente risparmiato i soldi per il biglietto aereo, in quel momento mi sembrava un fatto straordinario, non prendevo l’aereo da molto tempo.
Il volo era previsto la mattina presto, doveva essere primavera perché la scuola di mio figlio era chiusa per le vacanze pasquali. Dopo essermi preparata, vestii il mio figlioletto addormentato e, come ultimo gesto, mi appoggiai alla scrivania per mettermi le lenti a contatto. Nella fretta e l’emozione, inavvertitamente lasciai cadere la lente sinistra. La cercai a carponi nella moquette, lo sguardo mezzo annebbiato, ma non c’era tempo, era tardi, dovevamo sbrigarci per arrivare all’aeroporto. Nacque segnato da questa visione velata il mio primo impatto con la diaspora, nitida da una parte, per l’altra annebbiata.
La miopia, come la descrive Helene Cixuous nel suo prezioso saggio Veli, è proprio questo, un velo tra te e il mondo circostante. Un velo che ostacola lo sguardo, ma tu senti anche l’inverso, come se quello stesso velo filtrasse la realtà, ne smussasse i contorni prima di farla entrare dentro di te. Come se fosse il tuo guscio, protezione all’interno della quale puoi agire e muoverti libera dal giudizio esterno
Mio zio, mio padre e i cugini mi salutavano da dietro un vetro. Erano venuti a prendermi con un’auto non molto grande, per cui stavamo tutti premuti e la musica somala risuonava nel cubicolo stretto, mentre intorno scorrevano panorami a noi tutti non familiari.
Per più di una settimana rimasi ospite di mia cugina Sucdi recuperando storie, ricostruendo i nostri percorsi e quelli delle persone che ci erano state care. Piano piano cominciò a configurarsi nella mia mente la mappa della diaspora, quel territorio intricato, in cui i personaggi che vi si muovono portano dentro una cesura, un intervallo tra il prima e il dopo, frontiera e involucro all’interno del quale è racchiuso qualcosa di molto prezioso, un segreto, dettaglio, radice. In quei giorni ricordai di avere anche un altro nome, Ubah, fiore, il nome per me scelto dalla nonna paterna.
Non è un caso allora che da quel momento abbia cominciato a dire a tutti di chiamarmi Ubah, un nome che amo molto perché mi ricorda il momento in cui ho recuperato la capacità di scrivere. Erano le parole che mi mancavano, quelle che l’impatto con la diaspora riuscivano ora a far tornare a galla. Sentivo l’urgenza di dar voce a quella frattura che non era soltanto mia ma condividevo con tutte le persone che amavo.
Tornai a Roma e ripresi matita e quaderno. Piccoli passi in una città che conoscevo poco. Cosa accadde da quel momento in poi?
Il mio amico e compagno di università Jorge Canifa Alves mi fece conoscere Scritti d’Africa un gruppo di esperti di letterature africane. Organizzavano un incontro mensile in cui si discuteva di libri, romanzi diversi dal canone letterario occidentale, in cui mi ero fino ad allora formata. Organizzarono un piccolo festival e mi invitarono a presentare un mio testo. Lessi con la voce tremante, frettolosa, e ripresi il mio posto delusa dalla mia timidezza. Eppure, arrivò un primo segno. Paola Trucco, nel pubblico, che conoscevo di vista come madre di un compagno di scuola di mio figlio, rimase incantata e, essendo tipografa, creò un libretto delizioso con il mio primo racconto.
Piccoli passi. Una prima antologia in cui appaiono due miei racconti, la fondazione della rivista El Ghibli, il lavoro con Migranews. Ma la mia scrittura era molto densa, quasi criptica, a volte mi sembrava di procedere a tentoni. Ora devo dire che se sono arrivata a scrivere Madre Piccola è stato soprattutto per l’appoggio costante delle mie amiche. Non racconterò i dettagli intricati di questa rete di donne eccezionali che mi hanno sostenuta. Anna Fresu di Scritti d’Africa che mi ha fatta innamorare del teatro. Alessandra Di Maio che ha sempre creduto in me. Il concorso Lingua Madre che mi premiò nella sua prima edizione. Ricordo ancora la voce di Daniela Finocchi al telefono che mi annuncia la notizia mentre sto attraversando il Ponte dei Sospiri a Venezia. Carola Susani che mi ha detto: ora è il momento e non pensarci troppo, intanto scrivi questo libro. Anna Pastore che mi ha accolta a Frassinelli e si è battuta per il mio romanzo. E Maria Rosa Cutrufelli che mi ha detto: sei una vera scrittrice.

 


Ubah Cristina Ali Farah è una scrittrice e poetessa somala e italiana. È autrice di tre romanzi, Madre piccola (Frassinelli 2007), Il comandante del fiume (66thand2nd 2014), Le stazioni della luna (66thand2nd 2021) e dell’ekphrasis La danza dell’orice (Juxta Press 2020) ispirata a un’opera dell’artista keniana Wangechi Mutu.
Un sambouk traverse la mer, una sua antologia bilingue (italiano/francese) di racconti è uscita per il MEET (2019). Ha svolto un dottorato di ricerca di Africanistica all’Università l’Orientale di Napoli sul teatro popolare somalo. È stata vincitrice del Premio Lingua Madre (2006) e Vittorini (2008). Ha partecipato al come scrittrice in residenza all’University of Iowa’s International Writing Program (2017), MEET (Maison des Écrivains Étrangers et des Traducteurs 2018), Art Omi (2018), Civitella Ranieri Foundation (2019), La Marelle (2019), STIAS (Stellenbosch Institute of Advanced Studies, primo semestre 2020) e Internationales Haus der Autorinnen und Autoren Graz (2021).
Attualmente sta lavorando all’opera La fille de l’homme qui prévoyait pour le futur, una riscrittura operistica di una favola tradizionale ruandese, creata con Dorcy Rugamba, James Bonas e Grégoire Point.
Nel 2018 ha lavorato alla riscrittura dell’Antigone diretta a Palermo da Giuseppe Massa e al libretto dell’opera comunitaria Silent City per Matera 2019, diretta da James Bonas con musiche composte da Nigel Osborne.
È consulente per UNDP Somalia al progetto Oral history for peace building.

 

 

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