Donne e bambini di guerra nella narrativa di Laudomia Bonanni

PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
Il 30 settembre a L’Aquila ha avuto luogo la presentazione del libro di Daniela Pietragalla Nessuno ha figli. Storie di donne e di bambini in guerra nella narrativa di Laudomia Bonanni (1907-2002)  pubblicato nel 2022. Di seguito il resoconto dell’evento

DONNE E BAMBINI IN GUERRA

L’ULTIMO LIBRO DI DANIELA PIETRAGALLA SU LAUDOMIA BONANNI

L’Aquila, 30 settembre 2022, Libreria Colacchi


di Lilia Bellucci

L’ultimo giorno di settembre sembrava non avere fine per la città di L’Aquila, affollata per una maratona di eventi organizzati con grande partecipazione per Sharper 2022, la European researchers’night. Anche nella libreria Colacchi, che è uno spazio di  riferimento culturale dal 1938, è stato organizzato per gli appassionati di letteratura un incontro altrettanto rilevante. In occasione del ventennale della scomparsa di Laudomia Bonanni, Daniela Pietragalla ha scelto di iniziare da qui la promozione del suo libro “Nessuno ha figli. Storie di donne e di bambini in guerra nella narrativa di Laudomia Bonanni (1907-2002)” edito da Rubbettino nel 2022. Come ha esplicitato l’autrice, è stato un omaggio ad una scrittrice aquilana a cui ha dedicato i suoi studi dal 1997, quando, sfogliando volumi di storia della letteratura italiana nella Biblioteca Normale di Pisa, per la prima volta ha conosciuto il nome di una tra i “dimenticati del Novecento”. Negli anni ha creato una biblioteca personale, recuperando edizioni anche autografate, e soprattutto ha presentato i suoi studi nei convegni dell’Associazione degli Italianisti, a Napoli nel 2007 e a Roma nel 2008, impegnandosi in un’analisi attenta delle opere.

Nel suo percorso di impegno e di passione è stata importante la conoscenza dell’Associazione Internazionale di cultura Laudomia Bonanni, costituita da un gruppo di intellettuali, custodi combattivi e tenaci della memoria e dell’archivio della scrittrice:  il nipote Gianfranco Colacito,  Gianfranco Giustizieri, Giuliano Tomassi e Piero Zullino (figlio di Adele Agamben, da poco scomparso) sono stati i meritevoli testimoni della memoria storico-letteraria, che hanno promosso ristampe e convegni, hanno ostacolato la dispersione dei preziosi materiali, hanno studiato con rigore i materiali a disposizione. Anche il 30 settembre con straordinaria passione e dedizione Gianfranco Giustizieri è stato un riferimento indispensabile per l’evento, con il suo contributo di pensiero e con la volontà generosa di creare una rete di relazioni, definibile come la futura costellazione bonanniana.  “L’inizio del mio viaggio fu dalla tua casa” scrisse Laudomia Bonanni a Maria Bellonci, così come Daniela Pietragalla e Gianfranco Giustizieri hanno ricordato l’inizio del loro viaggio, la prima dal 1997 e l’altro dal 1975, proprio da quella “casa” che solo l’alta letteratura sa offrire al coraggio del pensiero. Da questa stessa “casa”, offerta dalle opere attualissime di Laudomia, hanno avuto l’occasione di iniziare un loro percorso di lettura anche i partecipanti all’evento della Libreria Colacchi, perché, come ha sottolineato Giustizieri, è possibile solo una “lettura forte, che non sia superficiale e che realizzi l’incontro” con “una donna di domani, la cui modernità si protrae ancora oggi e durerà ancora” nelle tematiche della filosofia, della religione, dell’infanzia e, soprattutto, in quella “lezione di dignità” dell’essere donna, libera da ogni forma di servaggio”. Con le parole di Giustizieri si è plasmata nella mente dell’uditorio questa galleria di donne che, nelle opere di Laudomia, non si piegano alla frustrazione, non si limitano al compromesso della sopravvivenza, non si incasellano nella linea segmentata da altri come donna-moglie-madre-vedova. Sono donne che hanno la forza di uscire dal fosso e “Il fosso” è proprio il titolo di un racconto. Come ha potuto Laudomia in un’epoca così difficile costruire e plasmare la sua dignità di donna? “Scrivendo”, afferma Giustizieri, “scrutando e sezionando con la sua penna, come ha fatto anche Daniela Pietragalla”. A questo Dottore di ricerca in Italianistica è bene, infatti, volgere lo sguardo e al suo tenace scrivere che si intreccia con il tenace studio di Laudomia. A chi ha ascoltato la presentazione del libro è rimasta certo questa immagine di maternità d’elezione, a cui siamo chiamati. Tutti hanno figli e, quindi, “Nessuno ha figli”. Maternage è la cura che si sceglie di dedicare a frammenti di mondo. Così per Daniela Pietragalla, “essere qui” è diventato il 30 settembre “la chiusura del cerchio”, un mettere al mondo dopo 25 anni di “sottili legami tra la vita e il mondo di scrittori rimasti invisibili”. “Si è quel che si vale” scriveva Laudomia ed è opportuno ripeterlo per Pietragalla e il suo libro. Ogni donna si misura con se stessa, perché “vivere è necessario” e allora ci si confronta con questo “sporcarsi con la vita, plasmarsi, combattere”. Nel 1948 Laudomia dalla terra d’Abruzzo si è recata a Roma per entrare nel salotto letterario di Maria Bellonci. Una maestra di provincia si è allontanata dal “tenace, atavico isolamento”, preceduta da “una sua creatura di carta”, che con la sua potenza le ha permesso di vincere il premio “Amici della domenica”. Il manoscritto inedito era intitolato “Il fosso” e venne pubblicato nella collana di Mondadori “La Medusa”, aprendole la via della notorietà. Seguirono il Premio Bagutta, il Premio Viareggio, il Premio Selezione Campiello, la finale del Premio Strega, il Rhegium Julii. Nel 1949 lo stesso Montale, riconoscendo il suo valore letterario, affermava che doveva “essere tolta dall’ombra”.

Questa ombra, invece, sovrasta ancora il viaggio che Laudomia iniziò da quella casa “solitario, caparbiamente al di fuori delle conventicole letterarie e logorato da momenti di violente crisi interiori. Un viaggio destinato a concludersi nella solitudine e nell’oblio in cui era iniziato”. Non le interessavano i premi, ma “la stima di chi ha qualcosa da insegnarmi, da chiarire a me stessa”. Nonostante i premi e l’interesse internazionale, resta ancora oggi parzialmente invisibile. Ascoltare questo incontro su Laudomia Bonanni ha sicuramente illuminato ancora il debito che il presente ha verso una delle grandi scrittrici, che hanno pagato con le crisi depressive, l’isolamento, la marginalizzazione la loro scelta di essere, non femministe, ma donne nella pienezza dell’essenza. Le droghe fu sepolto nel silenzio e La rappresaglia fu rifiutato fino alla pubblicazione postuma, i suoi libri sono divenuti irreperibili ed è “ripiombata nel buio da cui era clamorosamente emersa dopo la guerra”.

Pietragalla è scesa di nuovo nel fosso a cui l’oblio condanna ed ha raccontato l’attivismo doloroso dalle prime prove delle Storie tragiche della montagna. Novelle d’Abruzzo del 1927 fino alla morte nel 2002, a cui è stata dedicata una scarna limitata attenzione. Di questa donna e scrittrice ha ripercorso due temi fondamentali, intrecciati tra loro, infanzia e maternità. Nell’attraversare il Novecento dall’età giolittiana a quella berlusconiana, il suo “ostinato immergersi nel rumore della vita” è diventato un’educazione al dolore del vivere in un “mondo incrudelito”, di cui ha sondato le ferite e le ingiustizie, attraverso la professione di maestra nelle aspre vite delle montagne e attraverso lo sguardo e l’ascolto come giudice nel Tribunale dei Minori. Nella scrittura si è fatta scandalosamente di carne, perché solo così poteva rendere la verità del vivere delle “creature scorticate” che osservava con sguardo sondante. Ne uscirono fuori ritratti di un’infanzia e una maternità senza idillio, in cui tutto era dicotomico, perché sottintendeva quella violenza dell’esistenza, forse proprio necessaria per la scelta consapevole di sé. Così la guerra è stato interno continuo, raccontato non solo nel contesto storico del colonialismo o del conflitto mondiale, ma soprattutto come confronto brutale tra opposti: maschio/femmina, marito/moglie, figlio/madre, grande/piccolo. Donne e bambini le apparvero entrambi in guerra, ma soprattutto all’infanzia si è rivolto lo sguardo di Laudomia Bonanni, dalle prime esperienze come maestra fino agli ultimi contributi per la didattica. Daniela Pietragalla, nella rassegna testuale ricca e interessante, si è soffermata sulla narrazione del venire al mondo dei bambini proprio come “esserini scorticati che arrivano su un pianeta impietoso, che gli riserva un’accoglienza crudele”. E’ inevitabile domandarsi cosa possa fare allora l’uomo per reagire ai mali dell’esistenza. “Può solo riscostruirsi e andare avanti, senza perdere umanità, empatia”: così ha concluso Pietragalla, perché nel disincanto riemerge quanto c’è di ferino e istintivo, l’aggrapparsi alle dicotomie di presenza e assenza, di carne  e di morte, di sì e di no netti alle domande della vita. Le due penne del pappagallo Verzè e Il bombo hanno significato questa capacità di pensiero magico, perché nella cruda verità del dolore e dell’ingiustizia occorre custodire la sapiente meraviglia, che sa farsi sguardo e ascolto di presenza. Non a caso Il bombo fu pubblicato nel 1952 nella rivista “La Vela” diretta da Maria Agamben Federici, deputata aquilana alla Costituente. Basterebbe questo per rispondere alla volontà di oscurare Laudomia con l’accusa di fascismo. Lei stessa già in vita, di fronte al grave provvedimento disciplinare della Commissione per l’epurazione, si difese in una lettera dall’accusa di aver lavorato “con molto zelo”. Era lo sguardo di passione che rivolse ai minori della scuola e del carcere, alle donne e ai bambini in guerra, facendo conoscere la miseria e la violenza a cui erano sottoposti. Per aiutare a comprendere questa ingiustizia dell’oblio, occorrerà che continui il lavoro di lettura dei testi, serio e rigoroso, che hanno già compiuto De Matteis, Giustizieri, Pietragalla. Nelle opere occorrerà riconoscere il viaggio di Bonanni stessa in una “scrittura di ricerca”, poiché “Se Il fosso si conclude con un atto dinamico […], La rappresaglia termina seccamente con un pensiero, una domanda destinata a rimanere senza risposta […] nell’ormai acquisita consapevolezza che ogni cosa lascia dei margini aperti e che mai un libro è davvero finito”.

Circolarmente il convegno è stato aperto e chiuso dalla Professoressa Marina Di Marco, perché l’attivismo della scrittrice ha attraversato nel lungo arco dell’esistenza l’esperienza della scuola e dell’educazione ed è parso proficuo che fosse ricondotto ancora a questo spazio di riflessione. Mi chiamo Laudamia. “Ti racconto una donna: Laudomia Bonanni” è stato l’innovativo testo per la didattica dell’educazione civica che Ada D’Alessandro, seduta in prima fila durante il convegno, ha proposto in questi ultimi anni proprio a partire dalle scuole aquilane, unitamente a percorsi a piedi tra strade ed edifici della memoria bonanniana. Sempre dal mondo della scuola, Di Marco ha proposto l’accostamento di Men e di Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi, nell’ottica di un laboratorio di confronto proprio sulle pubblicazioni più contestate.

Quale futuro attende questa “donna di domani”? All’interno di un progetto di ripubblicazione di tutte le opere, sono state edite nuovamente La rappresaglia, L’imputata, L’adultera, Vietato ai minori e Il bambino di pietra. A gennaio sarà di nuovo in libreria Le droghe. Dopo il convegno del 2008, Laudomia Bonanni e il suo cammino di scrittrice, la giornata di studio dedicata dalla SIL l’11 settembre 2021 ha inciso una luminosa fenditura nell’oscuro silenzio a cui la scrittrice resterebbe condannata senza l’operosità degli appassionati cultori della sua memoria. L’auspicio è che il viaggio iniziato da Laudomia sulle montagne aquilane all’età di 18 anni non si fermi e proprio qui a L’Aquila è bene che prosegua, contribuendo alla completezza storica delle radici dell’identità collettiva.

PUOI SEGUIRE LA SIL SU: FacebooktwitteryoutubeFacebooktwitteryoutube
PASSAPAROLA:
FacebooktwitterpinterestlinkedinmailFacebooktwitterpinterestlinkedinmail
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento