Cosa vogliono quelle immagini da me? Archeologia della velina

«Questo testo è nato dalla necessità comune, teorica e politica insieme, di elaborare una riflessione femminista sull’intreccio tra genere e visualità a partire dal contesto italiano» affermano Alessandra Gribaldo e Giovanna Zapperi, autrici del libro Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità. Riagganciandosi alla radicalità femminista come chiave di lettura del presente «siamo partite da una critica della rappresentazione come ambito sessuato», invece che «soffermarci sulla riduzione del genere femminile ad immagine erotizzata e asservita e sul suo rapporto con le condizioni delle donne in Italia.»

Questo chiaro posizionamento delle due autrici fa del libro un necessario attrezzo per smantellare gli immaginari visuali sessisti, senza cadere negli stereotipi identitari di un femminile omogeneo.

Le autrici pongono domande imprescindibili a partire dalle immagini delle donne nei media italiani. L’immagine del femminile appare ai loro occhi come «un prisma che rifrange i rapporti tra le generazioni, il razzismo e l’omofobia dilaganti, lo scambio sessuo-economico, le nuove forme del lavoro. Si tratta di nodi attraversati dalla produzione del genere nell’Italia contemporanea, dove il genere emerge come una dimensione strutturalmente più complessa rispetto alla focalizzazione sulla donna e sulla sua immagine degradata».

Il testo ripercorre la storia politica degli ultimi anni, dagli scandali sessuali del governo Berlusconi alla nascita di Se non ora quando, dalle rivendicazioni in nome della dignità delle donne al dibattito su Sesso e politica nel post-patriarcato, passando dai documentari Il corpo delle donne e Videocracy.

«L’immagine femminile come schermo del potere ha una duplice valenza -spiegano Gribaldo e Zapperi- da una parte è ciò che nasconde le dinamiche di potere attraverso processi di naturalizzazione e legittimazione, dall’altra rappresenta un campo politico di negoziazione e di conflitto, prodotto e sito di produzione insieme».

La volontà delle autrici è di andare oltre la semplice e apparentemente risolutiva rivendicazione di una rappresentazione delle “donne reali” di fronte a donne plastificate e imbellettate dai media. «Cosa vogliono quelle immagini da me?»” è l’interrogativo che aiuta a mettere a fuoco la complessa posizione della spettatrice, ad indagare il rapporto tra genere e desiderio, tra immagine ed immaginario, ad evidenziare il nesso tra la produzione del desiderio e la produzione del femminile come immagine. «Si potrebbe provare a smitizzare il potere dell’immagine nel renderci asservite e passive, ripensando il nostro rapporto con il visuale nei termini di un agire che porta con sé desideri, affetti, potere, ideologia», così da trasformare il potere totalizzante dell’immagine in un terreno di conflitto in cui si scontrano le nostre soggettività ed i nostri desideri.

Nel libro viene ricostruita l’archeologia della velina, rivelatrice del modo in cui la televisione commerciale ha fondato il suo successo sul nesso tra desiderio, immagine e corpo femminile. Le donne partecipanti ai festini di Berlusconi o alle selezioni per diventare soubrette aprono uno squarcio su cosa può significare essere una giovane donna nell’Italia contemporanea: i loro desideri su un futuro da showgirl o da esponenti politiche mostrano quanto confusi e sfumati siano i confini tra spettacolo e rappresentanza.

«Le trasformazioni delle condizioni lavorative degli ultimi anni intervengono direttamente nelle aspirazioni e nei comportamenti di queste giovani donne. Emergono così forme di accesso al reddito che da una parte si pongono in continuità rispetto alla dissimmetria dei rapporti di potere tra i generi, dall’altra producono potenti forme di identificazione che coinvolgono le donne secondo le modalità di assoggettamento imposte dal mercato del lavoro negli ultimi decenni». Veline e ragazze-immagine incarnano in maniera spettacolare il corpo-macchina su cui i soggetti investono ambizioni e desideri.

La velina è la figura che meglio condensa immagine, desiderio e identità produttiva, partecipando «alla produzione nella misura in cui la sua immagine aderisce alle richieste del mercato mediatico». La escort risulta essere una figura paradigmatica del contesto lavorativo della femminilizzazione del lavoro, nel quale affetti, corpi, desideri e tempi di vita vengono completamente immessi nel mercato.

Olgettine, veline, letterine sono ragazze che si muovono in un contesto di evidente sproporzione di potere. «In alcuni casi la loro condizione di ricattabilità e le loro aspirazioni frustrate vengono lenite attraverso favori e pagamenti ottenuti spesso con il ricatto  che esse stesse esercitano». Emblematico il caso di Ruby, giovane migrante che riesce a negoziare una frazione di potere con Berlusconi. A dimostrazione che esistono linee di frattura percorribili anche in un sistema pornografico apparentemente così statico e ben organizzato.

Apprezzabile intento politico delle autrici è lo scardinamento dell’essenzializzazione del femminile, smascherando come il richiamo alle donne reali presupponga l’esistenza di un “noi donne” unificato senza distinzioni di classe, generazione, orientamento sessuale, desideri, possibilità e prospettive in realtà molto differenti. Gli appelli alla dignità delle donne (quelle perbene eh!) si basano sulla triade lavoro-famiglia-maternità  che non tiene conto delle molteplicità delle soggettività e dei desideri femminili.

Nel tentativo di rappresentare un femminile meno mercificato ed erotizzato si ricade in una serie di stereotipi altrettanto limitanti: la madre, l’italiana, la lavoratrice degna.  «Più che deformarle dunque, lo stereotipo produce le identità di genere, assegnando ruoli precisi e immobilizzando i soggetti attraverso forme di intimidazione. E’ dunque possibile rappresentare “la donna” al di là della sua riduzione a stereotipo?». Secondo le autrici non esiste una realtà della donna opposta alla sua rappresentazione, «questi due piani sono sempre inevitabilmente intrecciati. L’immagine può funzionare come lo spazio in cui si gioca il conflitto tra il piano della soggettività dell’immaginario del desiderio e quello della realtà dei rapporti di potere».

L’autorappresentazione è sempre stata molto importante per i movimenti femministi e per le artiste femministe. Scegliere che immagine dare di se stesse è un atto di soggettivazione importante e complesso. Non a caso la foto scelta per la copertina del libro – Gladiatorin dell’artista austriaca Birgit Jürgenssen- rinchiude diverse possibilità di lettura come esplicato nelle note finali del libro.

In questa stimolante dissertazione sullo sguardo, la rappresentazione ed il potere, l’invito che mi pare venire dalle autrici è quello di modificare l’ottica con cui guardiamo la realtà, cercando di porci interrogativi che ci portino a riflettere su quanto i nostri desideri siano davvero in gioco nel visuale che ci viene proposto e che a nostra volta proponiamo.

Lo schermo del potere è un appassionante testo che ci sollecita a continuare ad agire trasformazione politica, reinventando immaginari a partire dalle nostre soggettività e dai nostri desideri, creando così spazi di visibilità politica femminista.

Alessandra Gribaudo e Giovanna Zapperi, Lo schermo del potere. Femminismo e regime della visibilità, Ombre Corte collana Culture, Verona, 2012, 123 pagine, 13 euro

Il sito del libro

intervista alle autrici su Radio Uninomade (dal minuto ’56 al ’99)

recensione di Anna Curcio su Il Manifesto

recensione di Cristina Morini su Carmillaonline l

 recensione di Simona de Simoni su Uninomade

materiali dibattito Sesso e politica nel post- patriarcato

 

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  1. […] Wallach Scott. The Fantasy of Feminist History. Duke University Press, 2011). Anche ad esempio Lo schermo del potere, l’introduzione di Emma Baeri al libro Una questione di libertà di Anita Ribeiro, […]

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