Festival del Cinema di Roma 2012. Un'imperante misoginia

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Tutto parla di te di Alina Marazzi

Un’edizione da dimenticare. Esaminato con la consapevolezza che il cinema è tra i media più deputati a modificare il senso e l’immaginario comune e, ancor più, è lo specchio dei tempi, a conclusione dell’evento, il bilancio è sconfortante. Innanzi tutto per la notevole assenza di validi personaggi femminili e la ripetitività di storie di donne narrate in modo“ignobile”, ma anche, fatte le dovute eccezioni, per il livello indicibilmente scadente dei film presentati nelle varie sezioni. Tra le poche opere di buona fattura vanno menzionati il buon film di Alina Marazzi, Tutto parla di te, che ci narra con sapienza e coraggio le ansie e le angosce della maternità; The Dandelions  di Carine Tardieu, intelligente e ben ritmata narrazione di un costruttivo incontro tra due bambine e le rispettive famiglie nella provincia francese; The Motel Life di Gabriel e Alan Polsky, un ben confezionato made in USA sull’amore fraterno; ma sopratutto il bellissimo, Mai morire del messicano Enrique Rivero che ci conduce delicatamente in un paesaggio di sublime bellezza con una storia straordinaria: quella di Chayo che torna nel suo paese natale per accompagnare la madre alla morte. Fatta eccezione per qualche altro buon film nella sezione “Alice nella città”, mi interrogo, con ansia sospettosa, su dove siano oggi le donne e in cosa consista la loro “messa in scena” al cinema.

Da una sezione all’altra del festival, da una sala all’altra si è assistito a storie di maschi di ogni età, adolescenti in cerca di identità, rapporti tra padri e figli o tra fratelli, amici complici di mascalzonate. Le donne stanno sullo sfondo, un po’ vittime,  un po’ puttane o indotte ad esserlo. E in questo panorama desolante e cupo ricorre, in ogni piega della messa in scena, il turpiloquio ammiccante di natura sessuale, il dileggiare il corpo e la natura femminile. Insomma film intrecciati tra disagio sociale, discorsi da osteria e battute laide di una sessualità maschile predatoria e volgare nei quali è difficile definire gli aspetti umani, il valore pedagogico e, perché no? quello edonista dell’opera filmica. Le storie sono quasi sempre specchio di devianza, relazione violente, disagio sociale, vite distrutte dagli abusi. Una cupezza infinita, tanto più difficile da sopportare se si “ingerisce” in dosi massicce, come accade in un festival, e ancor più insopportabile se si ha una consapevolezza di genere vigile sulle cose del mondo.

Avendo visto tanti film in fila, oltre ad una sessualità tributaria di istinti, colpisce la puntuale ricorrenza della messa in scena di uno dei bisogni fisiologici maschili messo in mostra anche nel quotidiano. I protagonisti di ogni età si compiacciono della loro pubblica emissione di “liquido corporeo”: faccia a muro, contro un albero, sulla nuda terra, in bagni pubblici o privati, in solitario o in gruppo non c’è un film che non ne abbia almeno una sequenza. Un marcare il territorio, come i cani, mi si consenta l’accostamento. E per concludere questa disamina inquietante ma necessaria, va citato un altro elemento che definirei disturbante, sperando di non essere tacciata di moralismo: il compiacimento della rappresentazione ossessiva di scene di sesso, spesso  del tutto inutili all’economia del film.

Cosa dire? Come spiegare tutto questo? La messa in scena, più o meno palese, di una società innegabilmente misogina, non è altro che lo specchio dei tempi. Ma è ancor più grave il fatto che in un tempo in cui la “dignità” femminile viene continuamente offesa, contraffatta da falsi proclami emancipatori e la discriminazione di genere è norma pubblica e privata, le immagini contribuiscano alla “mala educazione”, diventano un “inno”, neanche tanto velato, alla misoginia il cui esito massimo si traduce in violenza, stupri, femminicidi.

I premi attribuiti al film E la chiamano estate, di Paolo Franchi, uno dei film più brutti, volgari, immorali e misogini che si siano visti negli ultimi decenni, ne è prova inconfutabile. Non si sa se sia peggio pensare ad una giuria condizionata e prezzolata oppure complice di un senso comune patriarcale che mai ha voluto interrogarsi sulle qualità differenti della sessualità femminile, il cui destino è la perdita definitiva dell’amore reciproco tra i sessi e le persone in generale.

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