La sensualità è negli sguardi

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E’ una storia di sentimenti che potrebbe essere stata scritta da Jane Austen ambientata nel mondo a parte di una comunità Chassidica di Tel Aviv. Un film bellissimo La sposa promessa (Fill the void) che molti non hanno capito, scambiando per vocazione documentaristica la volontà della regista Rama Burshtein (newyorchese, classe 1967) di penetrare con minuziosa ma commossa precisione nel tessuto quotidiano e ritualistico degli ebrei ortodossi. È la storia, in fondo, di una scelta imposta dall’alto, dalle convenzioni religiose e dalle necessità familiari, che si trasforma in una scelta del cuore.

La diciottenne Shira (Hadas Yaron, vincitrice a Venezia della Coppa Volpi), figlia di un rabbino, attende con emozione di sposare un coetaneo (il costume vuole che le nozze siano combinate ma non obbligate) quando la famiglia viene sconvolta dalla morte improvvisa della sorella Esther, vicina al parto, durante la gioiosa festa del Purim. Addolorata all’idea che il vedovo, Yochay (Yiftach Klein), possa portare il bambino lontano unendosi a un’altra donna, la madre di Shira propone alla figlia di sposarlo lei stessa, scatenando conflitti e sentimenti complessi e laceranti. Un film affascinante tra preghiere rituali, canzoni yiddish, abiti rigorosamente neri e payot a boccoli, che non cancella tuttavia il dubbio di uno sguardo eccessivamente benevolo nei confronti di una comunità che Amos Gitai aveva descritto con ben altri toni nel drammatico Kadosh (1999), dove erano le donne a fare le spese di un ottuso integralismo religioso.

Rama Burshtein invece delinea un delicato equilibrio tra mondo maschile e femminile, dipingendo turbamenti che possono scaturire dalla semplice vicinanza fisica, sguardi o singhiozzi che appaiono più sensuali di mille effusioni.

 

 

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