Speciale Scarpe/ 1 La vestizione del piede

Da tempo ci occupiamo di archivi dei sentimenti e culture pubbliche. Con  il convegno Scansioni irregolari (2010), organizzato in preparazione del convegno biennale della SIL che si è tenuto a Genova nel novembre 2011, noi di Firenze avevamo esteso il tema ‘personagge’ a figurazioni e oggetti letterari in relazione di contiguità con il contesto, a s/oggetti eccedenti e obliqui palesemente attraversati dall’inconscio, dagli affetti e dal socio-politico che costringono a pensare altri/menti.

Nella realtà così “spettinata” (Elfriede Jelinek) come l’attuale – dicevamo — quali libri o fumetti o film, quali spazi figurali, quali movimenti narrativi, quali rapporti fra umani, non umani e l’ambiente, s’impongono al nostro sguardo? Si cercavano transazioni fra l’io e il mondo, scansioni differenti fra chi legge e chi scrive, sia per riflettere sui corpi in relazione con  paesaggi, oggetti, animali, guardando alle ingiustizie della Storia, sia per parlare  di altri incontri obliqui  con oggetti in testi dove le resistenze femminili agiscono tra opacità e responsabilità, fra affettività e passione politica.

In occasione del convegno di Genova ci chiedevamo come forme non umane agiscono o si performano; come gli oggetti diventano attanti nel mondo umano anche in letteratura. Se, ascoltando Michel Serres, ci sembra che l’umanità cominci con le cose, nasca dal nostro incontro con gli oggetti-mondo; se consideriamo ogni artefatto materiale un attore-rete nel tempo-spazio; se stiamo attente ai segni e disegni sensoriali di un incontro, noteremo la concatenazione di testi, avvenimenti, assemblaggi, e noteremo che  si scambiano affetto ed energia. Il nostro corpo è il prodotto della nostra esperienza immediata, in continuo scambio con le cose.

Poiché è l’affetto a porci in relazione costitutiva con persone ed entità del mondo,  possiamo domandarci come  affetto e performatività orientano il modo in cui corpi e s/oggetti occupano lo spazio sociale (Sara Ahmed). Gli oggetti materiali sono f/orme spaziali che possiedono varietà di spazio-temporalità;  entità diverse hanno temporalità e corporalità diverse, ciascuna con il proprio relativo timescape (orizzonte temporale). Invecchiamo prima di molti oggetti che possediamo e  che di solito ci sopravvivono – la loro sopravvivenza sembra diventare misura della nostra durata temporale. Formano una geografia del tempo? Sappiamo ricostruire la memoria storica legata a un oggetto (la vertigine geostorica di Anne Michaels ma anche con tecniche non-rappresentazionali come scav etnografie, mappe e diagrammi, edifici, software, performance…); valutiamo costantemente il dis/adattamento degli oggetti; indaghiamo sulle reti di potere che li costruiscono…

Ma per l’oggetto “in sé”,  per il suo corpo-archivio, è più difficile offrire un modello. Una corrente ontologica sostiene che possiamo parlare solo di come sono per “noi”, del nostro accesso al loro essere; e infatti nei nostri racconti l’ontologia si trasforma in una ricerca su come gli oggetti “intransitivi” si dissolvono “nell’acido dell’esperienza, di intenzionalità, potere, linguaggio, segni, eventi, relazioni o processi”. Oppure, secondo il correlazionismo di Quentin Meissalloux (2008), siamo coscienti del nostro accesso alla relazione con gli oggetti – che trasformiamo in fiction quando la raccontiamo.  Questo,  secondo Levi Bryant (2011), è un epistema obsoleto, un circuito che dobbiamo rompere per evitare una “monarchia” dell’antropocentrismo anche rispetto ad altre entità reali non “naturali” (tecnologie, simboli, fiction, gruppi, nazioni, oggetti d’arte, esseri possibili ed entità artificiali…).

Ciò nonostante, continuiamo a pensare agli oggetti e a raccontarli come parte della nostra vita, in relazione con noi. E in questo ci conforta che anche Nigel Thrift (2000), nella sua teoria “oltre la rappresentazione” percepisca l’oggetto come un evento: che non si interroghi sulla sua genesi e causalità, ma l’osservi nel suo continuo inconscio interpolare/interpellare (affordance), là dove la materialità diventa energia senziente-sentita. Quale narrabilità hanno  questi istantanei passaggi? Riusciamo a sospendere la non-referenzialità del linguaggio? Era questo quello che interessava Gertrude Stein quando costruiva con le parole i contorni di un oggetto: l’inadeguatezza della rappresentazione, la non corrispondenza della lingua, non solo rispetto alla realtà, ma rispetto alla comunicazione tra esseri umani?

Thrift ci ricorda che la lingua e i linguaggi hanno un ruolo sia rappresentativo sia coordinativo e performativo: coordinano spazi di azioni condivise. Ma quali pensieri e azioni coordinano le parole nel tempo-spazio, se il corpo non ricorda il passato, ma anzi lo riproduce, lo rappresenta, lo rivive?  La lingua da nome diventa verbo, estrae e performa le relazioni tra umani e non;  fa, agisce il sapere del non-umano: come avviene questo? Se ascoltiamo e interpretiamo la risposta delle cose, la loro “disposizione genetica” e il loro “ante-conscio tecnologico”,  “non solo la nostra esistenza articola l’esistenza di un oggetto attraverso il linguaggio delle nostre percezioni,  ma l’oggetto sollecita da noi quel linguaggio e allo stesso tempo sollecita la nostra sensazione di esperienza corporea” (Thrift/Schwenger, 9). Catturare le tracce di questo scambio involontario, di questo affetto, richiede una “poetica dell’emanazione di energia”, una “poetica dell’impensato… di un mondo latente” di cui le teorie dell’affetto (in quanto studio dell’essenziale emanazione delle cose) sono espressione.

Di archivi dei sentimenti e culture pubbliche relative agli oggetti ci siamo occupate sia alle due Scuole delle donne di Duino  sia nei seminari svolti al Giardino dei Ciliegi, e stiamo organizzando all’interno della Festa della Toscana un nuovo convegno per indagare attraverso l’oggetto-scarpa il senso del comune nel quotidiano, nella politica e nelle culture pubbliche, facendo confluire il discorso di storiche, letterate e critiche d’arte in giornate organizzate in modo condiviso e interattivo.

Tra quegli oggetti che nel tempo si modificano e si ramificano nelle rappresentazioni, le scarpe ci sono sembrate particolarmente significative in quanto oggetto d’arte, oggetto di studio e oggetto di uso e consumo quotidiano — come dimostrano sia gli scritti sul feticismo del piede di Restif de la Bretonne,  sia le collezioni di Ferragamo e Gucci nei musei di arte moderna, come pure il Museo della Scarpa aperto da Bata in Canada,  e le performance di Sex and the City e Lady Gaga.

Accostare l’archivio alla memoria culturale raccoglie tantissimi altri esempi: le scarpe da contadino dipinte da Van Gogh (su cui dissertano poi Heidegger e Shapiro); la scarpina di cristallo di Cenerentola nella versione in cui le sorellastre si mozzano un piede per indossarla; le scarpette rosse nella favola di Andersen; le “Dancing Shoes” nella poesia di Patrizia Cavalli;  la pantofola rossa di Sisto VI nel racconto di Patricia Highsmith; le “Scarpette rosse” di Joyce Lussu e la montagna di scarpe ritrovate nei campi di concentramento; le 300 scarpe rosse di Elina Chauvet rosse come il sangue delle donne che da anni vengono uccise e rapite al confine del Messico, e non solo; le scarpe impolverate di chi deve attraversare i tanti checkpoint in Palestina (Adania Shibli); le scarpe di Penelope Cruz  in risposta alle leggi sull’immigrazione in USA; le scarpe di migranti affioranti dai cimiteri marini odierni. Natalia Ginzburg nel 1946, dopo la morte del compagno per sevizie a Regina Coeli, guardando le sue scarpe rotte, si chiedeva quali scarpe da grandi i suoi figli avrebbero potuto indossare, e soprattutto quale via avrebbero scelto per i loro passi.

E oggi? La vestizione del piede può assurgere a metafora dell’identità? Quali scarpe per il/la viandante d’oggi? Quali scarpe e  quali passi per una relazione diversa con l’Altro/a nel sentimento del ‘comune’?

Lasciamo al seminario di Firenze del 30 novembre-2 dicembre ulteriori domande e risposte.

In collaborazione con il Museo Ferragamo

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La Società Italiana delle Letterate (SIL), fondata nel 1995, è costituita da circa duecento scrittrici, insegnanti, studiose di varie letterature, giornaliste, ricercatrici e operatrici culturali di diverse generazioni e provenienti da varie regioni. Siamo tutte naturalmente appassionate di libri e di storie e in quanto letterate ci consideriamo innanzi tutto lettrici.
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