Speciale scarpe/ 2 I sogni ai piedi

PASSAPAROLA:
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Questo è un tempo in cui non si sta più nelle proprie scarpe e più che mai vale quel che raccomanda il saggio Johnson junior, nel romanzo Sottosopra di Milena Agus:  «Dobbiamo capire chi siamo, in quali scarpe possono entrare i nostri piedi»; l’economia che governa il mondo e sgoverna le nostre vite è un vertiginoso piano inclinato su cui nessuna suola antiscivolo può far presa, e sarà forse per questi e tanti altri motivi che da più parti si affaccia come extrema ratio l’idea del ritorno ai campi e all’agricoltura. Accantonate le scarpe da cantiere e le lucide scarpe manageriali, il mezzo tacco e lo stiletto assassino, saranno forse le scarpe grosse (e annesso cervello fino) a salvarci?

Quest’itinerario non sa e non può, ovviamente, rispondere a tale pregnante interrogativo però s’impegna, andando per scarpe, a offrire qualche spunto di divertimento. E forse anche di riflessione.

Le scarpe di tufo & i tacchi delle segretarie

Partiamo dalla contemporaneità che per tutti, e forse ancor di più per le giovani donne, ha assunto un aspro sapore di precarietà. La protagonista del romanzo di Caterina Venturini Le tue stelle sono nane scaraventata all’interno di un gioco virtuale che come posta in palio ha un posto di lavoro, non ha nome né identità: è la ragazza con le scarpe di tufo. Qui le scarpe valgono come potente mezzo di identificazione individuale e collettiva e ci dicono indubitabilmente che la ragazza viene dal paesello e che timidezze, remore, scrupoli non ha ancora imparato a metterli sotto i piedi: li porta intorno ai piedi, in forma di scarpe. Nella fase successiva del gioco, dopo innumerevoli stages non retribuiti, si accede alla fase delle scarpe col tacco. E qui, con un richiamo finto-casuale ma in realtà meditatissimo a La vita agra di Luciano Bianciardi, vengono tirate in ballo le segretariette secche: ve le ricordate? Quelle che, agli albori degli anni ’60, in una città come Milano sembravano per alcuni l’emblema della trionfante modernità ma in realtà erano i primi esemplari di seduttività masochisticamente asservita all’ufficio. Con una punta di perfidia aggiuntiva dovuta al fatto che tali fanciulle puntualmente lo scavalcavano nella quotidiana gara al posto da conquistare sul tram, Bianciardi commenta l’incongruenza dei loro tacchi: «i tacchi a spillo sono stati inventati per spostare il baricentro della figura femminile, dandole così un portamento sessuato e accattivante. Tutto questo purché l’incesso della donna sia lento e armonico. Se invece la donna vuole essere, oltre che sessuata, efficiente e sui tacchi a spillo ci va di premura, di prescia, di fretta insomma, allora lo spostamento del baricentro provoca una scossa sgraziata che si scarica sulle gote e le fa sconciamente vibrare».

Torniamo al gioco di Caterina Venturini per aver ulteriori conferme che la vita, nel frattempo, s’è fatta ancor più agra, dal momento che la segretarietta secca, ticchettante e frenetica, ha assunto i contorni di una figura quasi inattingibile,  situata com’è al secondo livello della caccia al lavoro. Ma nell’empireo del terzo livello non troviamo alcun tipo di tacchetto, bensì delle sfolgoranti ciabattine cybersex, il giusto coronamento (dato ai piedi, come insegna la vecchia e sempre nuova favola di Cenerentola) di una donna abile e realizzata, sexy ed efficiente che non deve dimostrare niente: e certo che è un gioco virtuale, che vi credevate?

Fiabe di tacco & punta.

Dunque, si tirava in gioco Cenerentola e la sua scarpina perduta durante il ballo – e ci si ricorda, en passant, della preziosa pantofolina di Ferragamo realizzata per il film Even after. A Cinderella Story (Andy Tennant1998): molte delle fantasie sulle scarpe sono nate da lì. Ed è singolare che sia un surrealista, anzi il padre del surrealismo, a darci utili indicazioni sulla struttura realistica di tali fantasie. Dunque, la storia raccontata da André Breton in L’amour fou (1937) è questa: ossessionato dall’idea della pantofolina di Cenerentola venutagli in sogno, più volte aveva pregato Giacometti di modellargliene una. Ma Giacometti, ahimè, latitava e lui continuava a coltivare caparbiamente questo suo desiderio, quand’ecco che un bel giorno, in un mercatino di cose vecchie, viene talmente colpito da un cucchiaio di legno di fattura artigianale da decidere di acquistarlo. Grande è la sorpresa quando si accorge che l’impugnatura del manico assomiglia a un tacco aggraziato e conferisce, quindi, al vecchio cucchiaio dalla superficie ricurva l’aspetto di una vera e propria pantofolina. Del resto, riflette Breton, il cucchiaio di legno faceva sicuramente parte della dotazione casalinga di Cenerentola ed è magnifico pensare che come la carrozza fatata era contenuta in nuce nella zucca, così la graziosa scarpina era già in potenza nel vecchio cucchiaio. E per rimanere nell’ambito della fiaba, che dire delle Scarpette rosse  di Andersen? Oggetti mitici e fortemente ambivalenti che hanno attraversato generazioni, culture, società, espressioni assai diverse tra loro come la cinematografia hollywoodiana dell’immediato dopoguerra (Scarpette rosse di Michael Powell e Emeric Pressburger è del 1948), la raffinata prosa d’arte della nostra Gianna Manzini, i best sellers magico-romantici dell’inglese Joanne Harris, la poesia post-moderna di Patrizia Cavalli, il racconto agrodolce dell’irlandese Ita Daly. La seduzione del rosso – sia pure una semplice fodera all’interno di scarpe di diverso colore o una suola fiammeggiante – miete le sue vittime in luoghi geograficamente assai distanti, come il Botswana in cui vive la signorina Makutsi, uno dei personaggi principali del poliziesco Scarpe azzurre e felicità di Alexander Mc Call Smith e la frenetica Manhattan in cui vive la Louboutin-dipendente  Cassie Cavanagh protagonista del romanzetto in puro stile chick-lit Tutta colpa del tacco 12 di Amy Silver. E poi ci sono le scarpette rosse numero 24, rievocate da Joyce Lussu, che di colpo ci scaraventano nell’inferno della storia.

Scarpe piene di storia.

Non si può render conto, naturalmente, di tutte le scarpe che hanno attraversato il nostro secolo breve ma sicuramente vale la pena ricordare le  “scarpe slabbrate” degli alpini di Piero Jahier (Edizioni de “La Voce”, 1919), le scarpe che si spaccano nel gelo della trincea, denunciate con furore espressionistico da Carlo Emilio Gadda nel Giornale di guerra e prigionia; Le scarpe al sole, diario di guerra del giornalista Paolo Monelli e poi ci sono tanti altri scarponi che si spaccano nel gelo della tundra russa, nel drammatico resoconto di Mario Rigoni Stern. Indimenticabili le ciabatte calzate dalla partigiana Agnese nel romanzo L’Agnese va a morire  di Renata Viganò e gli scarponi di Giovanna Zangrandi, che racconta la sua esperienza di staffetta partigiana in I giorni veri. E accanto alle scarpette rosse numero 24, ci sono gli stivalini di  Useppe, in La storia di Elsa Morante. Gli stivalini nuovi che avevano sostituito le vecchie cioce di fortuna, e che sono di colore marroncino chiaro, ma con i lacci di uno sfolgorante rosso carminio di cui Useppe è letteralmente innamorato. Talmente innamorato da non notare, quando li calza, i segni del bombardamento e da guarire, d’un colpo, dei suoi incubi notturni: “Tivàli! E con un breve sospiro di soddisfazione si riaddormentò”.

Donne che fanno scarpe.

Si poteva pensare che una come Goliarda Sapienza, che nella sua febbrile adolescenza ha trafficato con ogni sorta di attività manuale, rimanesse immune al fascino della fabbricazione di scarpe? Ce lo racconta lei stessa, in Io, Jean Gabin, che avrebbe voluto imparare almeno i rudimenti del lavoro da scarpara, nel retrobottega dello zio Giovanni, ma lui l’aveva bruscamente liquidata:  «Le donne devono solo indossarle, queste scarpe». Chi le ha realizzate davvero è Lila, protagonista di quella che si viene configurando come una vera e propria saga socio-sentimentale,  la trilogia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Figlia di uno scarparo napoletano che l’ha tolta da scuola dopo la quinta elementare, Lila – d’ingegno acutissimo e carattere spinoso – inizia, un po’ per gioco molto per sfida, a immaginare e progettare modelli di scarpe che non s’erano mai viste nel quartiere. E finché prendono vita a poco a poco, con il  febbrile lavoro di lei e del fratello Rino, nel retrobottega paterno, sono favolose promesse di fortuna e di felicità ma quando, per concretizzarsi fino in fondo, richiedono alleanze con i camorristi del rione e gravosi sacrifici personali, ecco che rivelano la loro arcaica natura di scarpette rosse: imprigionano, rendono schiave. Lila lo capisce il giorno del suo matrimonio, mentre l’amica Lenù, voce narrante della storia, l’aiuta a vestirsi “Alla fine si infilò le scarpe da lei stessa disegnate (…) si guardò allo specchio, sollevando un po’ il vestito. “Sono brutte” disse. “Non è vero”. Rise in modo nervoso. “Ma sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi”.

Milena Agus, Sottosopra, Nottetempo, Roma 2012 174 pagine 14,50 euro

Caterina Venturini, Le tue stelle sono naneFazi Roma 2009, 195 pagine 16,50 euro

Luciano Bianciardi, La vita agra(Rizzoli Milano 1962) Bompiani Milano 2001, 200 pagine 9,90 euro

Ian Christian Andersen, “Scarpette rosse” in Fiabe e storie,  edizione integrale tradotta e curata da Bruno Berni, introduzione di Vincenzo Cerami, Donzelli, Roma 2005, 2 voll. XXXIV-1063 pagine 54 euro

Alexander McCall Smith, Scarpe azzurre di felicità, traduzione di S. Bertola Guanda 2008, 246 pagine 14,50 euro

Amy Silver, Tutta colpa del tacco 12, traduzione di V. Daniele, Piemme 2012, 247 pagine 10 euro

Piero Jahier, Con me e con gli alpini Edizioni La voce  Firenze 1919

Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e prigionia, Garzanti Milano 1955

Paolo Monelli, Scarpe al sole Cappelli 1921

Renata Viganò, L’Agnese va a morire, Einaudi Torino 1949

Giovanna Zangrandi, I giorni veri, Mondadori MIlano 1963

Elsa Morante, La storia, Einaudi Torino 1974

Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin, Einaudi Torino 2010 124 pagine 17 euro

Elena Ferrante, L’amica geniale, edizioni e/o Roma 2011 400 pagine 18 euro

 

 

 

 

 

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