Maria Jatosti, nata comunista

Nell’introduzione, Mario Lunetta afferma che l’autobiografia in letteratura non esiste, nel momento in cui i dati del vissuto vengono assorbiti e trasformati in altri ritmi: «la soggettività di chi racconta, per quanto messa in crisi, si marmorizza». Poi però annota il «passo sbilenco»della scrittura di Jatosti.

Il fatto è che   l’autobiografia femminile appare ormai  – grazie a  studi femministi – il luogo dove l’io viene colto proprio  nella sua frammentazione, nella molteplicità di forme che non si unificano mai in un ordine preciso. Così è insieme specchio di sé e testimonianza, denuncia di un contesto sociale e culturale, rivelando le contraddizioni del sociopolitico tra permanenze e strappi. Di fronte a certa produzione universalizzante e narcisistica maschile,  è emersa nel tempo un’autobiografia femminile che, spingendosi verso il luogo dell’interiorità, riesce a conferire complessità narrativa ai frammenti fluttuanti dell’identità soggettiva, da sottrarre alle insidie di nuove stereotipizzazioni. Multiple identità e molteplici rapporti plasmano così non solo la vita ma anche la scrittura della dis/identificazione che si evolve attraverso relazioni e  incontri.

L’intensa autobiografia di Jatosti esprime e contiene tutto questo magma,  una sorta di romanzo di formazione proprio della produzione letteraria delle donne, ibridato dall’irruzione di un pensare che non è altra cosa dal sentire (Farnetti/Zambrano): il tempo storico fluisce nel tempo interiore della soggettività, con anticipazioni e regressioni che danno spazio a passioni  e conflittualità. Il percorso dell’autrice, di scoperta e di invenzione  di sé, corre parallelo alle vicende della politica, perché il suo sguardo è sempre attento al mondo fuori di sé ma non altro da sé, ed il passato appare come residuo incancellabile nel presente per gli interrogativi che pone alla Storia.

Il libro, scritto nel 1974 e pubblicato nel 1977 da Editori  Riuniti, è ora riproposto senza cambiamenti. Maria Jatosti, nel mettersi in gioco, offre vari momenti della sua vita, senza linearità, dalla giovinezza – con la vendita porta a porta dell’Unità – agli anni cinquanta a Milano con “lui”, Luciano Bianciardi, per tornare indietro al 1948 e all’impegno per il PCI alla Garbatella, fino a sottolineare il lavoro odierno di scrittura. Così da Roma con un incarico all’ufficio stampa CGIL, si ritrova a Milano, una città in fermento, ma in una complicata relazione clandestina che durerà vent’anni e con difficoltà economiche, fra momenti intensi di condivisione e complicità, e momenti oscuri con “lui” ormai  abitato da tormenti e da alcolismo. Collabora con Bianciardi alle traduzioni (era bello «chinare tutti e due la testa sul vocabolario, e cercare insieme, scoprire la parola che andasse meglio») e scriverà anche romanzi erotici sotto pseudonimo negli anni settanta per provvedere al figlio, esprimendo sempre l’orgoglio di  mantenersi col proprio lavoro, tra fatica e piacere, in coerenza ai propri ideali.

Nel raccontarsi senza mai dirsi definitivamente, i ricordi si fanno interrogazione politica: continua a non accettare compromessi e cedimenti, resta comunista. Come ha spiegato, è «nata comunista» per il clima  respirato in casa con il padre antifascista, e per una «spinta naturale alla ribellione». Nel 1948 entra nel Partito comunista, per «l’appartenenza ad una grande casa che si poneva l’obiettivo di migliorare il mondo»: “Era – dice – la mia vita e il mio sogno”. Anche se il mondo ora è cambiato, riflette giustamente, «le idee, certi valori, certi bisogni fondamentali restano. Il bisogno di sognare, il bisogno di libertà, di giustizia».

Maria Jatosti, Tutto d’un fiato, Nuovi Equlibri 2012,  159 pagine, 15,00 euro

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