Sono i poveri, il vero nemico

È recente la notizia di un diciannovenne ivoriano che, accompagnato a Fiumicino per essere rimpatriato, si è dato fuoco: un gesto tragico, premeditato, che dovrebbe far riflettere sui regolamenti per il diritto d’asilo, tema inesistente nell’agenda politica e nei media. Ancora una volta è la letteratura a porre il problema.

Shumona Sinha, poeta, è nata a Calcutta e vive a Parigi. Narra nel libro, che nel titolo riprende un verso di Baudelaire, una vita fra solitudine e desideri di omosessualità, insieme alle esperienze di interprete dal bengalese, una «ginnastica delle lingue» con ufficiali e avvocati presso l’Ufficio francese di protezione dei rifugiati ed apolidi (Ofpra).

È una scrittura gridata, questa, contro un sistema che costringe chi emigra a mentire per avere lo status di rifugiato, dal ritmo incalzante, intenso ed evocativo, che non lascia tregua a chi legge. Per disperazione chi arriva è disposto ad inventarsi un’identità di perseguitato politico nel miraggio di poter restare in Europa. Se, come spiega Sinha, è orribile che queste persone vengano umiliate, private di ogni speranza solo perché non hanno soldi, è proprio per questo orrore che la protagonista – quando sente la mente traboccare «come un bidone dell’immondizia»- crolla psicologicamente. Deve ogni giorno tradurre i racconti dei richiedenti, «un unico racconto e molteplici crimini: stupri, assassini, aggressioni, persecuzioni politiche e religiose». Nella realtà Sinha è stata licenziata per aver pubblicato il romanzo, mentre la protagonista messa in carcere inizia un viaggio di introspezione, «vicino ai sottosuoli»,  arrivando a toccare «una sorgente fangosa di odio».

Nella storia delle città negli ultimi secoli la guerra alla povertà è una guerra ai poveri perché essi scompaiano dalla vista, perché la loro presenza non turbi il potere che vuole stabilire la cittadinanza sulla base di una selezione. Così gli immigrati poveri, donne e uomini, devono essere regolamentati o sparire: per avere lo status di rifugiato secondo i canoni previsti ed essere così ammessi, non accolti, devono suscitare pietà: ma come capire una ‘autentica’ situazione di bisogno? Ci si rifugia nelle disposizioni internazionali, e non si vede nell’altro una intelligenza, un desiderio, un sogno; ma negli interrogatori trapela qualcosa di perturbante per cui l’interprete non sa più «distinguere la verità dalle menzogne». Uomini e donne imparano a memoria possibili risposte perché i regolamenti internazionali «non comprendono il diritto di sopravvivere alla miseria. Ci voleva una ragione più nobile, che giustificasse l’asilo politico». Non è considerata sufficiente l’assenza di futuro.

La protagonista non ha un nome, come le persone di cui traduce i racconti «aspri e crudeli»: sta dalla parte di chi decide la sorte degli immigrati, e sente la violenza degli incontri. Perciò colpisce l’uomo che per strada la riconosce, e, ricordando «la sua umiliazione», l’aggredisce. Così cade nella stessa spirale di violenza, dopo tanti notti ossessionate dal  ricordo della donna che piange nel rievocare uno stupro collettivo, risultato poi inventato, e dai tanti altri «volti impauriti, tormentati, oppure annientati e spenti». Di fronte alla profonda ingiustizia dell’economia come sistema, alla disumanizzazione del flusso della ricchezza e della povertà, negli incontri all’ufficio emergono non solo l’assurdità e l’ingiustizia delle leggi, ma tutta l’ambiguità dei ruoli, fra disagio, ipocrisia e cinismo: la protagonista a forza di tradurre nell’ossessiva ripetizione di parole e di tonalità sempre uguali, avverte qualcosa di profondamente ingiusto, di cui l’anonima aria della città sembra essere portatrice, fino ad implodere.

E noi, in questa «Europa sotto morfina»?

 

Shumona Sinha, A morte i poveri!, Barbès Firenze 2012, pp. 171, euro 15,00

Intervista di Tiziana Porto

videointervista

 

 

 

 

 

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