Lina Ben Mhenni è una giovane tunisina cyber dissidente. Dal suo blog, A Tunisian girl – già censurato durante la dittatura di Ben Ali – ha raccontato la rivoluzione dei gelsomini, alla quale ha preso parte in prima linea. Grazie ai suoi reportages sul campo – corredati da foto e video – la pagina della tunisian girl è diventata da allora un punto di riferimento, sia per i tunisini militanti che per i giornalisti stranieri.
Considerata uno dei simboli della rivoluzione, nel 2011 Lina Ben Mhenni è stata anche candidata al nobel per la pace. Visti la sovraesposizione mediatica della quale è protagonista soprattutto nei paesi occidentali e l’impegno nella difesa dei diritti umani, ha destato stupore la mancanza di solidarietà alla connazionale Amina, la diciannovenne attivista di FEMEN, ora in carcere con l’accusa di profanazione di luoghi sacri e attentato alla moralità pubblica.
Risale però al 31 maggio un post di svolta, nel quale la bad girl della rivoluzione, spiega le ragioni del suo silenzio e decide infine di sostenere Amina. Riportiamo qui di seguito una traduzione fedele del suo post numero 900, un testo intimo e commovente, dal quale affiorano quasi con pudore le fragilità, le paure e i conflitti interiori di una ragazza che vorrebbe vivere con dignità in una Tunisia pienamente democratica. In questa difficile e coraggiosa confessione, la storia di Lina – figlia di un prigioniero politico del regime di Habib Bourguiba e quindi abituata fin da bambina a opporsi all’ingiustizia – s’intreccia con quella di Amina, la quale, in un paese caduto nelle mani degli islamisti, rivendica la libertà di un corpo ostaggio dell’oscurantismo. E come non riconoscere, nelle lotte di queste due giovani tunisine, la forza universale che – seppur con doverose differenze – unisce le donne di tutto il mondo?
«Smetto di essere ipocrita perché durante il periodo in cui avevo annunciato che non avrei sostenuto Amina non mi sentivo bene con me stessa e mi odiavo. Sono molte le ragioni che mi hanno impedito di manifestare il mio appoggio a questa donna, che considero molto coraggiosa. E non cerco giustificazioni. Ho sbagliato e sono stata vigliacca, lo ammetto. Per la prima volta, ho dovuto fare dei calcoli e ho tentato di proteggermi, o meglio credevo di potermi proteggere respingendo il problema di Amina e giocando a fare l’indifferente.
Non sono più me stessa a causa delle pressioni che subisco da due anni a questa parte. Mi sento minacciata, sono stanca e senza forze. Continuo a vivere facendo ricorso a calmanti e sonniferi. Gli insulti, le minacce di morte e le campagne di diffamazione nei miei confronti, hanno in qualche modo aggravato la mia fragilità. Non riuscivo più a guardare in faccia gli eventi. Volevo soltanto stare in pace. Avevo bisogno di una tregua ma non sono riuscita a convincermi della necessità di qualche giorno di riposo. Quando ho visto per la prima volta le foto di Amina sono rimasta a bocca aperta e ho provato dei sentimenti contrastanti. Ero, allo stesso tempo, contenta e spaventata. Ero contenta perché non pensavo che una tunisina arrivasse a fare una cosa simile, che osasse dir loro: “cessate di essere ipocriti e lasciateci vivere in pace”. Ero contenta perché Amina sfidava tutti quei falsi predicatori che vengono da altri paesi per dirci come deve comportarsi un buon musulmano, concentrando i loro discorsi sulla donna e sul suo corpo e disquisendo sull’obbligo di portare il velo (o velo integrale) e di praticare l’escissione. Ero preoccupata e timorosa, perché prevedevo la reazione delle orde estremiste e delle persone che sono facilmente influenzabili quando certi discorsi vengono pronunciati in nome di Dio, in nome della religione…
In fondo alla mia anima, gridavo “Brava Amina, tu hai avuto tutto il coraggio del mondo, hai saputo affrontare gli insulti e gli attacchi in condizioni particolarmente difficili”. Ma davanti alle telecamere, non ho mai potuto dire questo. Ripeto, sono stata vigliacca. Ho avuto paura per i miei nervi, e anche per la mia vita. Non volevo subire un’ennesima campagna di diffamazione.
Ogni volta che ho incontrato un giornalista o fatto un’apparizione mediatica, la questione Amina è stata sollevata, e io cercavo di evitarla, in un modo o nell’altro. Dicendo, ad esempio, che non approvavo la sua maniera di protestare ma che non potevo che sostenere la sua libertà d’espressione. Quest’attitudine mi ha risparmiato da decine di probabili messaggi d’insulti, ma mi ha fatto vivere un incubo personale. Non mi rispettavo più e mi auto-torturavo. Quando Amina è stata arrestata, la mia sofferenza è diventata più profonda.
Il giorno del suo arresto, le informazioni che mi arrivavano dalla Tunisia mentre ero in Italia, mi hanno tratto in inganno. Avevo capito che aveva profanato una moschea e che si era spogliata per provocare i “salafiti”. Nel rilasciare delle interviste, dichiaravo che l’azione di Amina era stata un po’ esagerata. E vorrei a questo punto fermarmi a riflettere sul ruolo negativo dei media, che non fanno altro che manipolarci e servirci la stessa salsa: insinuazioni e pettegolezzi. Guardando alcuni canali tv, ieri, dopo il processo ad Amina, ho avuto la nausea per gli interventi di persone che erano tutte contro di lei. Un canale privato continuava a parlare della profanazione della moschea, mentre le cose sono ormai chiare: Amina non ha toccato la muraglia della moschea e non si è spogliata a Kairouan. Amina è partita, come tanti altri, per protestare contro i “salafiti” che volevano invadere la città e organizzare la loro conferenza proibita dal Ministero degli Interni. Tra l’altro, diversi appelli lanciati su facebook andavano nella stessa direzione. In seguito all’arresto di Amina, la dichiarazione del Ministero degli Interni sulla sua pagina facebook, era surrealista: “l’abbiamo arrestata perché aveva intenzione di spogliarsi a Kairouan”. Come se si potesse arrestare una persona per le sue intenzioni! Il giorno prima del processo ad Amina, un giornalista straniero mi ha fatto un’intervista via mail. Mi ha rivolto una decina di domande, per poi utilizzare soltanto una delle mie risposte. Ovvero, avendomi chiesto quali fossero le reazioni della gente nei confronti del comportamento di Amina, ho risposto che la maggior parte dei tunisini erano indignati per il modo in cui lei aveva scelto di manifestare il suo dissenso.
Contattata dal comitato di sostegno e avendo preso conoscenza delle accuse contro Amina, ho deciso di aggiungermi a queste persone e restare fedele ai loro principi. Sono sempre stata contro l’ingiustizia e lo resterò ancora. Amina è l’unica responsabile del suo corpo ed è libera di lottare alla sua maniera. Sostengo Amina perché un giorno del 2007, ho condiviso sul mio blog una foto di me nuda, perché – all’epoca – anch’io ero stata attaccata dagli integralisti e perché a quel tempo volevo riconciliarmi col mio corpo distrutto dalle cicatrici delle operazioni chirurgiche che avevo dovuto subire. Detestavo il mio corpo sempre di più e quando ho fatto quelle foto e le ho pubblicate, mi sono sentita molto meglio. Molte persone, probabilmente, non capiranno questo gesto ma ciascuno ha il proprio modo di superare le sofferenze e i problemi. Capisco perfettamente Amina perché un giorno ho pianto la morte di un “salafita” in seguito ad uno sciopero della fame, quando tutti noi siamo stati vigliacchi, non abbiamo rispettato le sue idee e l’abbiamo lasciato morire nella complicità del nostro silenzio. Non voglio mai più rivivere questo.
L’ammetto, non mi sono impegnata nella “questione Amina” ma oggi lo sono corpo e anima, soprattutto dopo il pronunciamento del verdetto del tribunale. Avendo preso conoscenza dei capi d’imputazione, so ancora di più che Amina subisce una grande ingiustizia. Non è la prima, e non sarà l’ultima. Non dimentichiamoci di Ghazi Beji, costretto all’esilio e di Jabeur Mejri che marcisce in una cella, entrambi a causa delle loro convinzioni ideologiche e religiose. Smettiamola di mentirci e affrontiamo la nostra ipocrisia o schizofrenia.
Personalmente, sogno una vera Tunisia democratica, dove tutti i tunisini possano vivere in pace e con dignità. Non ricordo che i tunisini abbiano bisogno di chiedere a una persona la sua affiliazione partigiana o la sua religione prima di invitarla a sorseggiare un tè o un caffè. Spero che questo momento non durerà ancora a lungo, che supereremo questa tappa al più presto.
Infine, lo ripeto: Amina, perdonami. Sono stata vigliacca ma non lo sarò più».
Lina Ben Mhenni, Tunisian girl. La rivoluzione vista da un blog, traduzione di I.Panighetti Edizioni Alegre,Roma 2011, 45 pagine 5 euro
Il trailer di Plus Jamais Peur (Mai più paura), il film-documentario di Mourad Ben Cheikh, di cui Lina Ben Mhenni è una delle protagoniste.
L’intervista a Nadia El Fani a proposito di Amina
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