Aranci aranci i guai chi li fa li chianci

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Giuliana Saladino, lucidissima e impietosa giornalista palermitana, che sapeva coniugare il linguaggio giornalistico con quello letterario, in Romanzo civile, opera postuma, scriveva che le donne scrivono a lassa e pigghia: «lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono, si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo, un momento …».  Stessa modalità che ha il cuntu siciliano – tramandato in passato da madre in figlia e il cui incipit  «si cunta e s’arricunta e si torna a cuntari» trasmette fin da subito che nulla s’inventa ma tutto ritorna e si tramanda – intercalato più volte dalla frase «ora lasciamo questo e prendiamo quest’altro». Un procedere per salti discontinui, un andare e tornare, o per movimenti a spirale, più che per cronologia di fatti; e per scene/visioni, dettagli che messi in sequenza “mostrano” una storia. Come nei ricami.

Joe Timpanelli, storyteller di origine siciliana, che ha tradotto alcune fiabe del Pitrè e le cunta nei teatri d’America, da me intervistata alcuni anni or sono, dice: «nel cuntu ci sono tutte le combinazioni, alcune ti passano davanti e non le noti, poi all’improvviso c’è quella cosa che, mamma mia ti prende allo stomaco, e tu capisci qualcosa che non puoi capire in altro modo». È la «luminosa stupidità che prende allo stomaco» di Clarice Lispector, scrittrice brasiliana. Protagonista del cuntu  è  l’emozione, ma anche il ritmo, come in poesia. «Nel cuntu è il cuore che parla perché c’è dentro il senso della vita,  l’essenza delle cose. È come la poesia: non è soltanto questo ma è pure questo» (Timpanelli).

Le modalità del cuntu sono presenti ancora oggi nella lingua parlata, soprattutto in donne anziane e poco scolarizzate. Le autrici di storie di mafia, a partire da Renate Siebert, hanno prevalentemente raccolto interviste a donne che si sono ribellate alle mafie: mogli, sorelle e figlie di magistrati, giornalisti, sindacalisti e leader politici uccisi dalla mafia; e a donne di mafia, testimoni e collaboratrici di giustizia. Molte di queste sono anziane e poco scolarizzate. La scrittura pertanto è condizionata dal parlato, dalle modalità con cui le intervistate raccontano. Mi riferisco in particolare alle interviste raccolte da Anna Puglisi, fondatrice col marito del Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, e a quelle di Gabriella Ebano, fotografa e scrittrice.

«Raccontano come se il fatto fosse successo ieri», scrive Ebano. Perché l’emozione che si rinnova ogni volta nel racconto è sempre viva nel presente, diventando visione. Come in Felicia Impastato, madre di Peppino fatto saltare col tritolo dalla mafia di Cinisi: «una volta mia madre era malata e Peppino era scappato da lei in campagna. C’era un muretto dove si era nascosto e io chiamo: Giuseppe, Giuseppe, vieni, non ti scantare. Me lo vedo davanti adesso come allora che lo chiamo». Antonella Azoti – di cui riporto nel titolo la frase (in italiano “i guai chi li fa se li piange”) che la gente di Baucina ripeteva per significare che Nicolò Azoti la morte se l’era cercata – comincia il racconto dal colore rosso del cappottino che la madre sta cucendo come regalo di Natale, che diventerà ricordo del colore del sangue, e verrà tinto di nero la sera stessa «come il manto della Madonna Addolorata». Avere una vita colorata sarà per Antonella il suo più grande desiderio: «Immaginavo che presto mi sarei vestita di rosso, di giallo, di azzurro». E quando la madre le concederà di togliere il lutto, cambierà vestito due volte al giorno: «studiavo nuove movenze davanti allo specchio immaginando incontri e improvvisando dialoghi con i miei interlocutori immaginari. Ero uguale alle mie compagne».

L’altro ricordo è sulle spalle del padre che con una mano tiene il bombardino e con l’altra  la sorregge durante la festa del paese. Da grande Antonella non farà altro che capovolgere la situazione e tenere alta sulle sue spalle la memoria del padre sindacalista «mettendo insieme come tessere di un mosaico, testimonianze, aneddoti, racconti di amici» per convincere anzitutto se stessa che il padre non era colpevole, come le avevano fatto credere da bambina; non aveva voluto farle male decidendo di abbandonarla facendosi ammazzare. Si libererà del peso, provando una sensazione di leggerezza e insieme di rappacificazione con se stessa e col padre, dopo la strage di Capaci, sotto l’albero Falcone, quando prenderà per la prima volta la parola in pubblico per ricordare il padre. Per Francesca Serafino, moglie di Calogero Cangelosi, il dettaglio è la cravatta portata dal marito il giorno che morì. Conta i buchi, li tocca, come in trance «uno, due, tre, quattro, cinque» – intercalando «forza dammi Signore, forza per raccontare» – e parla del sangue «tanto sangue. Gli cambiavamo le camicie e lui buttava sempre sangue, gli baciavo le ferite e il sangue usciva, usciva a fiumi». Per Pina Rizzotto, sorella di Placido, (i sindacalisti uccisi in pochi anni nell’ultimo dopoguerra sono 39),  il primo ricordo è la mantella di cerata col cappuccio che Placido le porta da Roma per non bagnarsi quando va a scuola, e lei sfoggia con grande esibizione perché a Corleone non ce l’aveva nessuno una mantella come la sua. Il secondo sono gli elastici che lei aveva prestato al fratello per trattenere le calzette che scivolavano: «quella mattina mio fratello disse ‘mi metto gli scarponcini’ e mise le calzette al ginocchio. ‘Elastici per tenerli non ne ho’, disse, e allora io faccio: prendi i miei». Gli stessi, molti anni dopo, sul tavolo dell’obitorio, saranno l’inequivocabile segno di riconoscimento del fratello a causa del viso completamente sfigurato. Pina Rizzotto racconta anche di una vicina che la notte della morte di Placido si sunnò (sognò) la Madonna che piangeva. E aggiunge: «Capito? Altro che quello che hanno messo nel film; ce ne sarebbero state di cose! … I giovani di ora credono che la storia è stata quella, ma non noi che sappiamo veramente la storia com’è stata» *. Dettagli, sogni che diventano più importanti dei fatti veri; il ricordo di un sapore, un odore, un gesto che  Virginia Woolf  chiamava «gesti fatti d’aria».

«Questo non lo registrare, sono cose senza importanza» mi dicevano le donne che nel ‘47 occuparono le terre in Sicilia. Alla domanda «perché siete andate ad occupare le terre» risposero parlando di un paio di orecchini di brillante e di un vestito di pizzo indossati il giorno dell’occupazione; del cuore di Gesù preso con la forza dalla chiesa e portato in corteo insieme alla bandiera rossa; di feudi vestiti a festa con le tovaglie colorate stese sul prato; di cesti ricolmi di fave; di finte pazzie e finti svenimenti per disorientare i baschi verdi: racconti per densità d’immagini, che mostrano, non di-mostrano, consegnando a chi ascolta solo indizi da decifrare. Storie di un altrove, rese più potenti dall’uso del dialetto, la lingua materna, che non separa la parola dal sentire che l’ha provocata. Un altrove che costringerà, col tempo, a guardare dal rovescio la Storia e le sue verità.

Come dal rovescio, mi insegnò mia madre, vanno guardati i ricami per capire se si tratta di lavori originali o rifatti a macchina.

*Il film  Placido Rizzotto  diretto nel 2000 da Pasquale Scimeca.

 

Testi consigliati

Joe Timpanelli, De anima sicula, Flaccovio, Palermo;

Giuliana Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo, 1999; Terra di Rapina, 2001;

Antonina Azoti, Ad alta voce, edizioni Liberetà, Milano, 2005;

Anna Puglisi, Sole contro la mafia edizioni La Luna, Palermo, 1990;

Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia,  intervista di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, 1987;

Gabriella Ebano, Felicia e le sue sorelle, Ediesse, Roma, 2012;

Gisella Modica, Falce martello e cuore di Gesù, Stampa Alternativa, Roma;

Comunità di pratica e riflessione pedagogica e di ricerca storica, Cambia il mondo cambia la storia, a cura di Maria Santini, suppl. n. 60/2002 di Via Dogana

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