Verso L'Aquila/ Le mamme di Fukushima

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Un sabato di giugno del 2011 sono arrivate a Roma due mamme, venivano da Fukushima con i loro bambini.

Nessuna delle due parlava italiano, né era mai stata in Italia. A dar loro il coraggio di affrontare il viaggio, mediando con la preoccupazione e la nostalgia per gli altri cari lasciati nella terra ferita e quasi certamente contaminata, è stata senza dubbio la certezza di poter dare ai bambini momenti di serenità e, per il futuro, speranza.

Da quel sabato di giugno a settembre inoltrato si sarebbero alternate nel loro soggiorno a Roma una trentina di mamme con prole, chiameremo tutti i bambini e le bambine Taro e Momo, e tutte le mamme che abbiamo incontrato solo okaasan (mamma). In effetti, avevano tutte un tratto in comune, la preoccupazione latente e ben celata che i piccoli potessero essere stati contaminati.

Nel rispetto del pudore e del ritegno che ognuna di loro mostrava nel parlare della tragedia, non racconteremo tutto quanto a fatica ci hanno detto, o è stato possibile comprendere dalle loro parole, mentre resta importante cercare di trasmettere le sensazioni intense e le cognizioni nuove che l’incontro con loro ha prodotto.

Così come la distruzione delle Torri Gemelle ha fatto dell’11 settembre una data di non ritorno riguardo alla violenza umana intenzionale, in qualche misura dunque “umanamente” prevedibile, lo tsunami dell’11 marzo ha impresso nella memoria la supremazia imprevedibile della natura, il segno di una sfida che, quando esasperata, palesa il lato umano più diabolico. Terremoti, tsunami ed altre calamità naturali non dipendono da mano umana, mentre la costruzione di una centrale nucleare è da mano umana determinata .

Dopo l’11 marzo abbiamo tutti cercato di capire, scientificamente e umanamente, quanto fosse accaduto. Grazie al web, ai media, dopo qualche giorno sembrava tutto chiaro; dopo alcune settimane lo era tanto da far spavento. Qualcosa di quel che non potevamo immaginare ce lo hanno insegnato i bambini e le mamme che abbiamo incontrato.

Che il suolo fosse contaminato dalle radiazioni provocate dallo scoppio dei reattori nucleari, lo sapevamo. Quel che pur sapendo sfuggiva, è che ai bambini in particolare era stato necessario imporre alcuni divieti: vietato stare all’aria aperta, vietato camminare a piedi scalzi, vietato giocare con la terra, vietato mangiare molte pietanze. Così quando Momo e Taro si sono tolti i sandali rimanendo a piedi nudi sulla sabbia di Ostia, le loro grida di gioia e stupore hanno svelato quel che telecronache e instant book non potevano raccontare: ad esempio il piacere semplice e negato- forse per sempre nella loro terra- di toccare la sabbia e camminare sulla riva del mare.

Tenevo per mano Momo sulla battigia, la sua mamma accanto a noi, quando con sguardo e udito all’erta ha detto “Qui non arriva lo tsunami, vero mamma?” .

Sappiamo ora che quasi tutte le  mamme e le bambine che abbiamo incontrato sono risultate positive al cesio, livelli che richiederanno un monitoraggio a vita.

Le mamme arrivate da Fukushima avevano volontariamente aderito a un programma di ospitalità sponsorizzato tra gli altri da ENIT Tokyo e Roma. Ci hanno raccontato di come sia stato difficile innanzitutto decidere di raccogliere informazioni; il passo successivo sarebbe stato ottenere un documento d’identità, tenendo costantemente a bada un senso di colpa forte tanto quanto il desiderio di portare, anche per poco, i loro bambini altrove. Un assessore della zona evacuata ci ha raccontato delle mille difficoltà oggettive a divulgare notizie su questo ed altri programmi simili; per chi avesse deciso, si trattava poi di raggiungere in qualche modo la stazione o un aeroporto per arrivare a Tokyo, preparare bagagli che non si poteva tirar fuori dai cassetti, avere anche una minima disponibilità economica per le spese vive, rinunciare alla possibilità di dare una mano a chi stava cercando di ricostruire da zero case, lavoro, futuro, avendo la forza di affrontare il biasimo quasi certo di chi restava.

All’arrivo non avevano valige, ma piccole borse da viaggio, in alcuni casi con dentro un solo cambio: quanto erano riuscite a mettere insieme.

Come molti altri, all’indomani della tragedia abbiamo cercato di dare un aiuto, come potevamo. Abbiamo organizzato una raccolta fondi, che è andata a un ospedale, a un centro per l’assistenza alle persone svantaggiate, a nuclei familiari che riunendosi hanno comprato frigorifero e lavatrice, e una parte del denaro proveniente da una diversa raccolta ad hoc è servito ad aiutare i volontari che si sono occupati dei tanti animali dispersi senza più carezze e cibo.

Con rammarico, non abbiamo fatto lo stesso per il terremoto di Haiti e per altre tragedie occorse in altre terre lontane. Lo tsunami è stato per tutti noi legati al Giappone anche uno tsunami emotivo, che ha messo a nudo debolezze insospettate e scatenato nell’immediato un bisogno di condivisione e di solidarietà, ad intensità discontinua a mano a mano che il tempo passava…

 

Giuliana Carli, che insegna letteratura giapponese alla Facoltà di studi orientali dell’Università La Sapienza di Roma, partecipa domenica 9 novembre alla tavola rotonda che conclude il convegno della Sil: Terra e parole. Donne riscrivono paesaggi violati

 

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