Il mare agli uomini, la terra alle donne. Questo è il detto per suggellare la secolare estraneità delle donne al mondo del mare, a partire dalla mitica figura di Ecuba, che, per bocca di Euripide, nelle Troiane confessa “io stessa mai sono ancora salita su uno scafo di nave”. Ma è proprio così? O si tratta di uno stereotipo, uno dei tanti, dettato dalla paura che le donne da sempre incutono agli uomini?
Le storie che Macrina Marilena Maffei, antropologa, da molti anni impegnata nella raccolta di storie orali nell’arcipelago eoliano, raccoglie in Donne di mare non solo smentiscono l’affermazione, ma dimostrano come la paura avesse origini ben fondate, trattandosi di pescatrici dalla stessa autrice definite “donne arcaiche e al contempo moderne in quanto lavoratrici del mare”. Come Grazia di Panarea, per esempio, che testimonia: “facevamo il giorno a terra e la notte a mare, a pescare, e che dovevamo fare?”.
Non sarà un caso, infatti, che nell’arcipelago abbondano anche le storie di streghe che rubano la barca dalle spiagge e volano via, raccolte in altro testo dalla stessa Maffei. Con i bambini andavate a pescare? domanda l’autrice. Con i bambini, risponde Grazia. E pure con la pancia. Come Rosa, di Stromboli, a cui le comari dicevano “tu qualche giorno (il figlio) lo fai nella barca”. Lei però i figli ha avuto la fortuna di farli tutti a casa, con la levatrice.
Non come la madre di Martino, pescatore di Lipari, che lui lo partorì sulla spiaggia, giusto il tempo di scendere dalla barca. “Attaccava un sacco un capo qua e un capo là della barca e fece la culla…lavorava e mi dondolava con un pezzo di laccio, poi con un pentolino di creta, scendeva su una spiaggia e mi faceva il pane cotto” racconta lo stesso Martino. Donne che fino alla prima metà del novecento “remavano di giorno e di notte” pescando tutto quello che si poteva pescare: aragoste, scorfani, ope e totani. A Stromboli e a Panarea, invece, racconta Tano “andavano pure a pescespada con la palamitare e i remi lunghi fino a sette metri ”.
Donne che varavano barche e tiravano reti. Sia u ragnu, che è una piccola rete e a tirarla bastavano otto braccia; sia u sciabacuni che ce ne volevano sedici, mentre per la sciabica, lunga 40 metri, servivano pure i maschi perché le reti erano di spago e le mani si spaccavano. Lo racconta Bartolo, di Lipari, che sua madre, Tarina, per lo sforzo di tirare e la stanchezza, visto che la mattina era stata in campagna a zappare, perse il bambino, nato morto. Donne che salpavano le nasse, trascinavano le barche a secco, salavano i pesci e riparavano le reti. Come za’ Sara, la più brava di Lipari, che faceva reti con sessanta maglie, fregando Giovanni, che lo racconta, e che si credeva il più bravo del paese. Donne che vendevano il pescato trainando a rimorchio una seconda barca colma d’acqua di mare, coi pesci più pregiati, navigando fino a 24 miglia lontano dalla costa di Panarea. Alcune si spingevano fino a Palermo e a Napoli, e se incontravano tempesta il rimorchio lo abbandonavano perdendo tutto, lavoro e cibo. Chi non ce la faceva ad avventurarsi così lontano, il pescato lo portava con la barca a Ginostra, in cambio di legumi e grano. Lo macinavano, mischiato ad orzo, con due pietre facendole girare legate ad un ferro. Un pane durissimo che neanche i cavalli riuscivano a schiacciare, dice Francesco, di Alicudi.
Chi non andava a pescare, racconta Gaetano, da Lipari, dal porto di Marina Corta, coi vuzzarieddi, piccoli gozzi lunghi otto metri, simili a gusci di noce, raggiungeva il marito o i figli che pescavano al Gelso o alla Praja Longa di Vulcano, per portargli “il pane ancora fresco”. Come Ciccina, madre di Isidoro, che remava per sette miglia lungo un tratto di mare dove si forma l’onda spessa per la confluenza di correnti e per il vento. E a febbraio tutte a caccia di tartarughe. Bisognava essere brave a cacciarle da dietro, con velocità, rivoltandole subito a pancia in aria che bastava un morso e saltava un dito. Fino a venti ne pigliavano, racconta Angelino, di Alicudi e la carne si salava per l’inverno e si mangiava insieme ai fichi secchi. Le tartarughe più piccole le regalavano alle bambine. “Le mettevo un fazzoletto in testa e un pezzo di stoffa sul guscio e facevo la bambola” racconta Maria. Donne che davano il nome ai venti, leggevano l’ora nelle stelle, presagivano la rabbiosità del mare, fronteggiando gli spiriti inquieti “i Dannati” che alla Pietra Quajetri, racconta sempre Martino, dove si va a pescare totani, si presentavano alla vista in forma di Vampata.
Le immagina, l’autrice, queste donne, spossate dalla stanchezza, sbarcare a terra inzuppate d’acqua, in abiti del tutto inadatti sul mare, e correre chi a raccogliere olive e capperi, chi a coltivare frumento, patate e pomodori, e chi, come Grazia, a raccogliere verdura nei precipizi di Stromboli e Basiluzzo.
Storie ascoltate dalla voce dei familiari, che restituiscono nella sua interezza la natura polifonica del mare – “il mistero, la profondità, il sommerso, la vastità, il vorticoso, il pericolo, la minaccia” – e che ammaliano l’autrice come un canto di Sirena.
Macrina Marilena Maffei, Donne di Mare, Pungitopo Editore, Gioiosa Marea 2013 170 pagine, 12,00 euro
Della stessa autrice: La danza delle streghe , Armando, Roma 2008
PUOI SEGUIRE LA SIL SU:PASSAPAROLA:
