Elvira Mujčić IL MIO PRIMO LIBRO

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Quinto appuntamento con la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Stavolta si tratta di  Elvira Mujčić.


Stavo scrivendo la mia tesi di laurea sulla dissoluzione della ex-Jugoslavia, trovai alcuni articoli sulla stampa italiana di uno scrittore jugoslavo, Predrag Matvejević che insegnava alla Sapienza. Gli scrissi una mail. Fu sorprendente ricevere la sua immediata risposta: «Hai mai scritto qualcosa di tuo, intimo, sull’esperienza della guerra?»

di Elvira Mujčić

Se torno con la mente ai giorni in cui realizzai che forse avevo scritto il mio primo libro, ritrovo quel groviglio di emozioni che caratterizzò la primavera del 2006. Mi ero trasferita a Roma da poco più di un mese, senza alcuna ragione pratica o professionale a giustificare il mio spostamento, semplicemente avevo dato ascolto all’impeto di andare che si risveglia in ogni primavera, quasi sempre sotto forma di fuga. Tutto questo a conferma che, come scriveva T.S. Eliot:

Aprile è il più crudele di tutti i mesi.

Genera lillà dalla terra morta,

mescola memoria e desiderio,

desta radici sopite con pioggia di primavera”.

Ora so che non sono del tutto sincera quando scrivo che non avevo alcuna ragione di trasferirmi a Roma, ma all’epoca non potevo ancora ammetterlo, avrebbe significato porre troppe aspettative in una coincidenza e in un desiderio.

Ecco la coincidenza: mentre stavo scrivendo la mia tesi di laurea sul ruolo della propaganda nella dissoluzione della ex-Jugoslavia, trovai alcuni articoli al riguardo pubblicati sulla stampa italiana e scritti da uno scrittore jugoslavo, Predrag Matvejević.

In quegli anni Matvejević era docente di letteratura serbo-croata alla Sapienza e non fu difficile trovare un suo indirizzo e-mail e scrivergli. Fu invece sorprendente ricevere la sua immediata risposta. Ne venne fuori una breve ma esaltante corrispondenza socio-letterario-politica e in ultimo una domanda delicata di Matvejević: «Hai mai scritto qualcosa di tuo, intimo, sull’esperienza della guerra?».

Pensai e ripensai per molti giorni se quello che stavo scrivendo seduta all’ombra delle mie psicopatologie quotidiane potesse essere una risposta affermativa alla domanda da lui posta. Mentre ci riflettevo, stipai le mie poche proprietà in un paio di scatoloni che abbandonai per sempre nel garage di un’amica e presi un intercity per Roma. Nel 2006 i treni erano ancora così lenti e il tragitto da Brescia a Roma mi diede il tempo di cambiare idea sulla partenza svariate volte. Ma riuscii a mantenere la mia decisione, trovai una stanza in un appartamento a Largo Pannonia, un omaggio alle origini, e da lì mandai un’e-mail con allegato un testo che non sapevo cosa fosse esattamente.

Ecco il desiderio: che quello fosse un libro.

Pochi giorni dopo Matvejević mi chiamò e propose di incontrarci al Gran Caffè Mazzini nell’omonima piazza; dalla sua risposta non trapelava alcun giudizio, nessuna opinione sul mio scritto e io, in bilico tra l’ansia e l’euforia, mi precipitai a uscire, sottovalutando la crudeltà del mese di aprile e dimenticando che tra tutti i disagi, il freddo è quello che meno sopporto, mi infilai la mia gonna verde portafortuna, senza indossare le calze.

Tenendomi al corrimano della metro ondeggiavo e nella testa echeggiavano i dilemmi: saprò parlare la mia lingua madre in maniera fluida e da persona adulta? E se non sarò capace, almeno il mio italiano sarà decente abbastanza da non risultare una che ha barattato la certezza della propria lingua per zoppicare in un’altra? Infine l’intera matassa di vissuti e memorie che ho riversato sulla pagina può essere considerata degna di attenzione?

Arrivai al Caffè Mazzini e ci sedemmo a un tavolo all’aperto, a Matvejević bastarono dieci minuti per smascherarmi e notare che nella nostra lingua madre io ero una quattordicenne impacciata, in italiano invece una giovane donna esageratamente analitica. E questo lo incuriosiva, era evidente, perché non c’era verso che arrivassimo a parlare di quel testo che gli avevo mandato e che sempre più nella mia testa si trasformava in un errore e una fonte di vergogna.

Matvejević parlava con lentezza e io mi rendevo conto che avevo iniziato a tremare, non più per l’emozione, ma per il freddo che saliva su per le gambe nude. E più lui parlava, più io perdevo la concentrazione nel tentativo di controllare il freddo e non iniziare a battere i denti. Che figura farò se si accorge che in un momento straordinario come questo io mi sto congelando? A un certo punto fece un cenno a un ragazzo che vendeva le calze e questi si avvicinò, Matvejević gli chiese delle calze da donna, ma lui aveva solo quelle da uomo, allora domandò le più lunghe che avesse, il ragazzo non comprendeva e Matvejević con la mano indicò che voleva coprissero fin sopra le ginocchia. Il ragazzo ci scrutò, notai la scintilla di un fraintendimento nei suoi occhi, porse un paio di calze nere a coste a Matvejević, lui le srotolò e in effetti erano lunghissime. Mi guardò e disse: «Mi pare il colore possa andar bene con la tua gonna».

La sera di ritorno in metropolitana mentre osservavo il mio riflesso sul vetro, con le calze da uomo tirate su fino a metà delle cosce, mi domandai se me l’ero immaginato o Matvejević aveva davvero detto: «Quel che hai scritto è un libro, dobbiamo trovargli un editore». Con la mente cercai di ricostruire la nostra conversazione, ma era chiaro che mi mancavano dei pezzi, non c’era nulla da fare: per una bizzarra fatalità negli incontri più importanti della mia vita il mio corpo con i suoi bisogni mi ha sempre distratta lasciandomi ogni volta un dubbio su quel che era accaduto.

Nel 2007 uscì “Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica”, Infinito edizioni.


Elvira Mujčić, è nata nel 1980 a Loznica, una citta al confine tra la Serbia e la Bosnia, ma ha vissuto a Srebrenica fino al 1992, quando è andata via per la guerra. È una scrittrice e traduttrice bosniaca e italiana. Laureata in Lingue e Letterature straniere in Italia, ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Dieci prugne per i fascisti (Elliot 2016) e Consigli per essere un bravo immigrato (Elliot, 2019).Ha tradotto in lingua italiana opere letterarie e film documentari di autori provenienti da Bosnia, Serbia, Croazia, tra cui Slavenka Drakulić, Robert Perišić, Vladimir Tasić, Faruk Šehić, Semezdin Mehmedinović.

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