Il MIO PRIMO LIBRO Rosella Postorino

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Nono appuntamento con la rubrica IL MIO PRIMO LIBRO che vede SIL e LETTERATE MAGAZINE strettamente legate in un’iniziativa curiosa e interessante. Come è andata la storia della pubblicazione del tuo primo libro? Stavolta si tratta di Rosella Postorino


«Il mio esordio nella narrativa fu con un racconto: lo inviai a Simona Vinci, che non conoscevo di persona. Non solo mi rispose, ma lo fece leggere a un editor. Frequentare il mondo editoriale invece di incoraggiarmi mi spingeva a desistere, mi sentivo una che aspira a fare qualcosa che non è un suo diritto, mai avrei confessato a qualcuno di aver scritto un romanzo»

di Rosella Postorino

Ero andata a vivere a Roma e avevo cominciato a lavorare in un ambito che non mi piaceva per niente: il pensiero di condurre per sempre quella vita, ignorando il mio desiderio di scrivere, mi tormentava. Così decisi di confrontarmi con la stesura di racconti anziché dei soliti frammenti, brani di prosa non classificabili, che nessuno avrebbe mai pubblicato, e che tra l’altro nessuno aveva mai letto. Prima non mi concedevo neppure il diritto di immaginarla, una pubblicazione, ma in quel momento avevo bisogno di speranza. Ero in una chiesa romana ad ascoltare un gospel e guardando i soffitti affrescati sentii affiorare la voce di una suora che parlava di desiderio, del suo rapporto con il desiderio. Tornata a casa, nella stanza doppia sulla tangenziale che condividevo con un’amica, ascoltai quella voce e scrissi In una capsula – sul computer dell’amica, perché il mio si era rotto.

Uno o due anni dopo mandai il racconto a Simona Vinci – che era la mia scrittrice italiana preferita – anche se non la conoscevo, intendo di persona; usai l’indirizzo mail del suo sito web. Non volevo nulla, solo essere letta da lei, perché come me amava Duras, Morante, McEwan, perché i suoi libri li regalavo a chi consideravo importante. Lei fu così generosa da rispondermi e qualche mese dopo, inaspettatamente, mi disse che aveva fatto leggere In una capsula a Severino Cesari: sarebbe uscito in un’antologia pubblicata da Einaudi Stile Libero.

Esordii con un racconto avendone scritti in realtà pochissimi, forse una dozzina. Non avevo neppure un romanzo pronto e per lungo tempo non ebbi neppure un’idea narrativa, l’impresa stessa mi spaventava. Poi accadde, lo scrissi in pochi mesi, solo nei weekend. Intanto avevo cambiato lavoro e quello che facevo mi piaceva, perché riguardava i libri, ma mi condannava – accade anche adesso, che di romanzi ne ho pubblicati quattro – a scrivere nei ritagli di tempo.

La cosa bella del primo romanzo è che si costruisce dentro una specie di incoscienza, con libertà assoluta, dato che nessuno lo aspetta (dal mio racconto einaudiano erano passati tre anni: chi mai si sarebbe ricordato di me?) A volte pensavo che non avrei pubblicato più nulla, eppure mi sedevo al tavolo di plastica bianca, di quelli da giardino, nella mia stanza singola vicino all’Aniene, e battevo al computer – ne avevo uno nuovo – come fosse l’unica cosa sensata. Dopo l’estate il romanzo era finito, ma rimase nel mio portatile. Frequentare il mondo editoriale (allora ero un’addetta stampa) invece di incoraggiarmi mi spingeva a desistere, mi sentivo un’imbucata, una che aspira a fare qualcosa che forse non è un suo diritto, e mai avrei confessato a qualcuno di aver scritto un romanzo. D’inverno però mi torna sempre un po’ di disperazione e nell’inverno del 2006, per uscirne, pensai di cercare un agente. Non un editore: molti li conoscevo, e a dar loro il manoscritto mi sarei vergognata. La prima agente a rispondermi diventò la mia, lo è tuttora. Trovò un editore in dieci giorni.

La stanza di sopra andò in libreria all’inizio del 2007, e fu un secondo esordio. Ne parlarono i maggiori quotidiani, entrai nella dozzina Strega, vinsi qualche premio. Ma a definirmi scrittrice provavo ancora imbarazzo. Forse è successo con il terzo romanzo, sette anni dopo quel primo racconto edito: finalmente mi sono legittimata, mi sono riconosciuta.

Non ho smesso di abitare a Roma, ma adesso lavoro su un tavolo di legno; se entro in chiesa mi viene sempre, sempre voglia di scrivere, e per superare l’inverno progetto ancora romanzi: nei weekend e d’estate tento di scriverli – non conosco altri modi per sperare.


Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) vive e lavora a Roma. Ha vinto il Premio Campiello 2018 con Le assaggiatrici.

Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007, Feltrinelli 2018; Premio Rapallo Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi, 2009; Feltrinelli 2021; Premio Benedetto Croce e Premio speciale Cesare de Lollis), Il corpo docile (Einaudi, 2013; Premio Penne) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018; Libro dell’anno per i gruppi di lettura di Fahrenheit Radio Tre, Premio Campiello, Premio Rapallo, Premio Pozzale Luigi Russo, Premio Vigevano Lucio Mastronardi, Premio Chianti, Premio Wondy, Premio Sogna Lib(e)ro e, in Francia, Prix Jean Monnet). Il suo libro per ragazzi Tutti giù per aria è uscito nel 2019 per Salani. Per Laterza è apparso Il mare in salita (2011) e per Bompiani la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (Working for Paradise, 2009). Ha tradotto e curato Moderato Cantabile (2013) e Testi segreti (2015) di Marguerite Duras per Nonostante edizioni.

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