Bell hooks soggettivarsi in minuscolo e militanza femminista

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“bell hooks: quante suggestioni, in questo rinominarsi in minuscolo – senza enfasi sull’io –  e attraverso i nomi della madre e della nonna materna, che inaugura un nuovo soggettivarsi e una militanza femminista: genealogia, sottrazione, nerezza, elogio del margine! La scelta di questo nome ricorda che il patriarcato si articola e prende forma  sempre attraverso  le condizioni materiali di vita, di produzione, di relazione tra i sessi, tra le classi, nei rapporti di forza  che si determinano nell’uso anche inconsapevole dei  privilegi  derivanti da status, etnia, appartenenza culturale”. Con un articolo su due recenti libri di bell hooks pubblicati in Italia, inauguriamo una rubrica dedicata a alcuni significativi interventi di Elvira Federici, presidente della SIL, in Leggendaria. In questo caso si tratta di Leggendaria 146 e i libri consigliati sono bell hooks,  Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà. Trad. feminoska, Meltemi, Milano 2020, pagine 251, € 18,00; bell hooks, Elogio del margine/ bell hooks, Maria Nadotti, Scrivere al buio, trad. Maria Nadotti, Tamu Edizioni, Napoli 2020, pagine 260, € 16,00


di Elvira Federici

Possiamo leggere oggi in italiano Insegnare a trasgredire (1994) di bell hooks  grazie al Collettivo Ippolita che cura per Meltemi la collana Culture radicali e alla traduzione militante di feminoska.

 Il Collettivo Ippolita, leggiamo nell’introduzione, è un « gruppo che si forma dall’intersezione di tre fiumi: l’hacking*, la controcultura e il femminismo», per il quale la cultura « è una forma di azione diretta, un’auto-difesa, uno strumento per combattere».  Riproponendo un libro che ha ha più di vent’anni, il Collettivo Ippolita   rivela la straordinaria valenza  del punto di vista decoloniale e femminista intersezionale, da applicare criticamente anche  al regime di verità che le tecnologie instaurano, con l’illusione dell’inclusione e della democratizzazione dei saperi: genere-razza-classe forniscono  oggi l’orientamento concettuale per « trasgredire la norma tecnocratica»   di stampo coloniale sottesa alle piattaforme e al dominio delle tecnologie dell’informazione.

Il libro risponde  altresì all’intento politico di  fornire uno strumento di pensiero e riflessione alle e ai Black Italians, cui ancora è negata la cittadinanza,  e ai loro insegnanti sulla questione della formazione e della trasmissione dei saperi. In questa cornice di cruciale attualità si contestualizza la pubblicazione di  Insegnare a trasgredire, la cui introduzione è curata da  Rahel Sereke e Mackda Ghebremariam Tesfau, femministe  attiviste della blackness italiana.

E se accanto a Insegnare a trasgredire poniamo la nuova uscita, dopo oltre vent’anni,  di Elogio del Margine e  Scrivere al buio, l’intensa intervista di Maria Nadotti risalente agli anni Novanta, possiamo avere finalmente un quadro abbastanza significativo dell’attualità di bell hooks e del suo pensiero che supporta la necessità politica di culture ed epistemologie alternative al patriarcato “capitalista e suprematista bianco”.

bell hooks: quante suggestioni, in questo rinominarsi in minuscolo – senza enfasi sull’io –  e attraverso i nomi della madre e della nonna materna, che inaugura un nuovo soggettivarsi e una militanza femminista: genealogia, sottrazione, nerezza, elogio del margine! La scelta di questo nome ricorda che il patriarcato si articola e prende forma  sempre attraverso  le condizioni materiali di vita, di produzione, di relazione tra i sessi, tra le classi, nei rapporti di forza  che si determinano nell’uso anche inconsapevole dei  privilegi  derivanti da status, etnia, appartenenza culturale.

La resistenza al patriarcato di bell hooks, il cui nome al secolo è Gloria Jean Watkins,  di cui sono testimonianza la sua vita e la sua scrittura, la sua professione di insegnante, la sua ricerca di pedagoga e filosofa, la sua pratica di attivista non può leggersi – stiamo parlando di una femminista conseguente – come una elaborazione astratta ma come una biografia, una riflessione incarnata.

Un’esperienza viva e parlante che va oltre il sillogismo, perché se, secondo logica, chi ha appreso a trasgredire trasgredisce l’insegnamento a farlo come nel paradosso del cretese, diversamente accade nella vita reale, incarnata dentro la storia, nelle relazioni,  in rapporto al  potere di chi detiene la parola e l’epistemologia  del mondo. Ciò che non si intrappola nel paradosso per bell hooks, è il suo essere insieme una teorica e un’attivista femminista, antirazzista, intersezionale.

Nei quattordici capitoli la pensatrice sviluppa il filo di una pedagogia di cui indica genealogie – le nonne, le insegnanti nere della scuola segregata che frequenta nei primi anni della sua formazione, Paulo Fraire – e inciampi: qual è il rapporto tra teoria ed esperienza e come fare  della teoria una pratica del desiderio e non un altro, imprevisto strumento di esclusione cui collaborano, pur senza intenzione, le pensatrici bianche,  accademiche  note e riconosciute – per quanto a loro volta segregate negli spazi degli women’s studies gli unici che l’accademia abbia lasciato, come riserva o  hortus conclusus alle studiose femministe che nei movimenti a partire dagli anni Settanta hanno posto il problema del sesso e del genere come una cosa da pensare – che rendono invisibile il lavoro teorico delle studiose nere, impegnate sul tema e sull’esperienza della razzializzazione e del sistema colonialista e classista.

La riflessione su queste ambivalenze attraversa ogni pagina del testo di bell hooks: il paradosso, il doppio legame presente nella realtà storica viene a configurarsi come lo spazio di una tensione creativa e desiderante,  come una prospettiva di lotta e di costruzione processuale della soggettività.

Il primo paradosso che bell hooks ci sottopone è l’aver visto cancellare i neri nelle scuole dei bianchi dopo la fine della segregazione: gli studenti neri costretti ad uscire dai loro quartieri per frequentare la scuola dei bianchi ( l’inverso non potendo essere contemplato!) la quale non cambia né regime della conoscenza né pedagogie, limitandosi alla trasmissione di un sapere conservativo, autoreferenziale, non trasformativo. La desegregazione così praticata dà luogo ad un processo di inclusione che depotenzia, neutralizza i soggetti: « nelle scuole bianche imparammo presto era l’ obbedienza e non la volontà zelante di imparare»   (p. 33), facendoli arretrare dalla politica e dalla pratica della libertà che invece avevano sperimentato nelle scuole dove avevano imparato la differenza e la marginalità come resistenza, come decolonizzazione della conoscenza neutra. bell hooks ci racconta come invece la forza e il desiderio che la muovono li abbia ricevute dalle maestre delle scuole che ha frequentato nella prima parte della vita; maestre che  insegnavano l’impegno politico, una pratica controegemonica e la resistenza attraverso un sapere non conservativo, che scaturisce dal riconoscimento e dal desiderio.

Questo è ciò che lei  racconta a partire dalla sua esperienza – un sapere dell’esperienza situata, il suo che si riverbera sulla più ampia riflessione sulla trappola dell’universale che categorizza per ampie astrazioni –  le donne, per esempio – e cancella il soggetto contingente, situato, che emerge all’intersezione di numerosi fattori economici, sociali, simbolici.

bell hooks  rileva ambivalenze anche in quella  teoria femminista che pur nata nel vivo dell’esperienza di esclusione delle donne cresce  metalinguisticamente su se stessa,  quando si separa dai movimenti e dalle pratiche radicali del femminismo, indecifrabile oltre la stretta cerchia delle studiose stesse, perdendo la funzione di leva di processi di liberazione; si interroga sugli esiti di un pensiero femminista istituzionalizzato, main stream, prodotto del confronto degli studi, delle pubblicazioni di pensatrici, femministe bianche, che per il contesto socioculturale e accademico in cui prendono la parola non sono in grado di  vedere come agisce, a prescindere dalle intenzioni, la posizione di privilegio dalla quale parlano e non rilevano come, oltre che per il genere, l’esclusione, la cancellazione, l’irrilevanza passi per l’ etnia, per la classe, per  lo status giuridico.

Tuttavia bell hooks non si sottrae all’ambivalenza rescindendo la teoria dalle pratiche politiche e dei movimenti, sottolinea invece « l’importanza del lavoro intellettuale  e la produzione della teoria come pratica sociale dal valore liberatorio » (p.101) e di «dare la ricchezza del pensiero femminista a chiunque»  (p.109); del resto, nel partire da sé con coraggio dichiara che la teoria è stata per lei un luogo di autoguarigione e la filosofia  una pratica di vita. Abbiamo bisogno di teoria, di filosofia e di una “pedagogia impegnata” contro  un’“educazione depositaria”. Nomina suoi maestri in questo Paulo Freire pedagogista che  mette a tema la relazione colonizzatore colonizzato a calco dell’ hegeliana dialettica servo/padrone ed elabora una pedagogia basata sulla relazione in cui sono in gioco docente, discente e contesto sociale e Thìch Nhât Hanh, che da buddista enfatizza l’unità di corpo, mente, spirito. Decolonizzare anche il proprio pensiero all’interno del «patriarcato capitalista, suprematista bianco»   è un impegno che « i neri devono rinnovare costantemente». Non trova altrettanto fecondi, bell hooks, la « pedagogia critica o femminista convenzionale »  che deve avere sperimentato proprio negli spazi accademici degli Women’s studies dell’accademia, divenendone ella stessa prima frequentatrice, poi docente.

C’è un’altra aporia che bell hooks considera con circospezione ma di cui talvolta sembra cadere vittima: è il tema dell’ essenzialismo per cui l’esperienza della violenza, dell’esclusione, della cancellazione diventa identitaria, non trasmissibile, non traducibile in una teoria che parli anche ad altre/altri. Lo attribuisce alle donne bianche che generalizzano la loro esperienza del patriarcato, dalla loro posizione comunque privilegiata – in questo, forse, ella stessa generalizzando la condizione e la posizione delle donne bianche, e delle bianche non statunitensi, come se la bianchezza fosse la loro unica determinazione e non  fossero esse stesse affette dai vincoli della classe, dello status giuridico, delle scelte sessuali, della condizione economica e, persino, dell’egemonia culturale americana ecc. – ma lo attribuisce anche alle minoranze che restano chiuse nell’intraducibilità  teorica e politica della loro esperienza. Il movimento del “decolonizzare” ci implica tutte/ tutti e non può dare luogo ad altri universali essenzialismi ma, come suggerisce Rachele Borghi, citata in postfazione,  ad un mondo pluriversale come una costellazione di punti di enunciazione, punti di tensione che scardinano il discorso dominante.

Per bell hooks decolonizzare sta nel processo di  “coscientizzazione ”che può avvenire in una classe, dove si pratica una “pedagogia impegnata” che mette in gioco il rischio e la vulnerabilità di chi insegna e di chi apprende; in cui si affronta il privilegio di classe; una classe in cui l’eros  – gli insegnanti devono ritrovare l’eros dentro di sé, come unità di mente e corpo –  è « una  base epistemologica che informa come sappiamo ciò che sappiamo» (p. 229)  e tiene insieme teoria e pratica, passione e volontà di conoscere e di agire; dove si  dà spazio a sentimenti di cura, riconoscendo quando « gli studenti desiderano disperatamente essere toccati dalla conoscenza»     (p. 232). E le parole con cui si conclude Insegnare a trasgredire suoneranno insieme promettenti e strazianti per chi è chiamato ad insegnare in tempo di pandemia: « L’aula, con tutti i suoi limiti rimane un luogo di possibilità. In quel campo di possibilità abbiamo l’opportunità di lavorare per la libertà. Di chiedere a noi stessi e ai nostri compagni un’apertura di mente e di cuore che ci consenta di affrontare la realtà anche mentre immaginiamo collettivamente dei modi di oltrepassare i confini, di trasgredire» (p.241).

Anche nel felice ritorno di Elogio del Margine, dovuto ancora a Maria Nadotti che tradusse e ne curò l’edizione Feltrinelli de 1998, cui si aggiunge Scrivere al buio, il dialogo/intervista che uscì nello stesso anno per La Tartaruga c’è la forza di una lettura politicamente ed epistemologicamente necessaria. Oggi, come allora e forse di più, quando in Italia la riflessione femminista intersezionale si pone non come una  fra le numerose teorie del femminismo – bell hooks si interroga incessantemente sul’importanza della teoria – ma con l’urgenza espressa nelle pratiche di movimenti come NUDM, nell’impatto con la nuova conformazione della società italiana di questi ultimi vent’anni e l’erosione dei diritti e delle condizioni di una vita degna accentuata e accelerata dal neoliberismo. Le domande che negli USA anni Novanta, ci ricorda Nadotti nell’introduzione,  riguardavano la questione razziale, qui, in Europa, in Italia, oggi,  riguardano la questione migratoria, attraverso la quale, nella forza delle vite e delle storie, si disintegra anche   concretamente   il “monocromo” uni-verso bianco occidentale neoliberista. I saggi raccolti allora hanno nei titoli le parole resistenza, estraneità, opposizione, elogio del margine e indicano il luogo da cui bell hooks parla; luogo della presa di parola che schiva l’astrazione e la generalizzazione, pone la differenza – sesso e sessualità non possono essere l’unico significante della differenza – anche come modo di abitare la contraddizione e «non coincidere mai con una sola delle nostre parti». Le soggettività si dislocano lungo un margine mai definitivo: una mise en abyme in cui non è possibile sostare in una teoria definitiva e pacificante ma  luogo in cui l’esperienza si fa pensiero; in cui non ha corso la separazione tra cultura alta e bassa; in cui la teoria è parola di resistenza e di liberazione. Il margine dunque come condizione materiale e   prospettiva epistemologica dalla quale decostruire, decolonizzare l’assetto del mondo.

Ed è nell’intervista, dialogo con Maria Nadotti, Scrivere al buio, che bell hooks ci mostra in tutta la forza politica e la pervasività affettiva  un pensiero dell’esperienza, a partire da sé, da una dimensione relazionale, che la fa costantemente misurare con “il colore del genere”, con la supremazia bianca, con la necessità di un’incessante decostruzione che tuttavia non divida semmai moltiplichi gli sguardi, i punti di vista, la presa di parola sul mondo. Questioni che la interrogano in quanto intellettuale, pensatrice, attivista che ha come terreno di lotta il linguaggio, prima di ogni altra cosa ma che  si nutrono del legame mai interrotto con la comunità nera disagiata e povera. Differenza, estraneità, margine, pensiero dell’esperienza e in relazione: sono parole che non suonano certo nuove per le femministe coetanee di bell hooks eppure, riproposte oggi,  rivitalizzate nei movimenti femministi del nuovo millennio, obbligano ad abbandonare lo spazio confortevole di “un femminismo come stile di vita”, un femminismo mean stream,  che non lascia vedere la realtà dirompente di differenze infinitamente declinate, che reclamano una teoria come presa di parola, come forma di attivismo e di resistenza politica, nel linguaggio e attraverso il linguaggio.

*Hacking, in informatica “chi servendosi delle proprie conoscenze (…) penetri abusivamente in una rete di calcolatori (…) per lo più allo scopo do aumentare i gradi di libertà di un sistema chiuso (…)” Da Treccani.it.

La metafora di Ippolita, che paragona l’ hacking alla epimèleia heautoù,  la cura di sé dei classici – e di Foucault –  è lampante.

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